Oggi, a metà seduta a Wall Street, Micron ha superato Meta e per qualche ora ha sfiorato anche Tesla. Un produttore di chip di memoria con sede a Boise, in Idaho, ha superato la capitalizzazione dell’impero dei social di Mark Zuckerberg, fermandosi a un soffio dalla società che Elon Musk ha ribattezzato azienda di intelligenza artificiale fisica.
Il titolo segnava un rialzo del 18,4% per una capitalizzazione di 1.398 miliardi di dollari (circa 1.230 miliardi di euro) contro i 1.392 di Meta. Tesla restava poco sopra, a 1.400 miliardi.
È la prima volta che accade, per di più mentre il Nasdaq ha ceduto per il quarto giorno di fila e i titoli del software sono arretrati.
La memoria come collo di bottiglia
Il rialzo nasce dai conti diffusi mercoledì. Per il trimestre in corso, il quarto dell’anno fiscale, Micron prevede ricavi record per 50 miliardi di dollari (circa 44 miliardi di euro), con un margine lordo vicino all’86% e un utile per azione attorno ai 31 dollari.
La previsione poggia su un terzo trimestre già da primato: 41,5 miliardi di ricavi, più che quadruplicati sull’anno, e un segmento data center sopra i 25 miliardi.
Il dato che ha convinto il mercato, però, è un altro. Micron ha reso noto di aver incassato impegni per 22 miliardi di dollari (circa 19 miliardi di euro) dai clienti, in larga parte depositi in contanti versati per assicurarsi le forniture. A monte ci sono sedici accordi strategici di lungo periodo, da tre a cinque anni, per un valore minimo contrattualizzato di circa 100 miliardi di dollari.
“Otteniamo visibilità sulla domanda”, ha sintetizzato il direttore finanziario Mark Murphy. Il che significa volumi garantiti su cui calibrare gli investimenti.
Questi impegni misurano una scarsità reale. Le GPU di Nvidia sono il volto dell’IA ma senza memoria ad alta larghezza di banda e moduli per i server, restano spente. Micron è l’unico produttore statunitense di memoria HBM compatibile con i processori Nvidia, e la domanda eccede l’offerta da mesi.
La tensione l’abbiamo già raccontata quando Samsung ha alzato i prezzi dei moduli DDR5 fino al 60%. È la stessa corsa ai data center che oggi premia Boise.
Dal software all’hardware
Il sorpasso conta più dei decimali che separano Micron da Meta. Misura uno spostamento del valore lungo la filiera dell’IA. Per anni il mercato ha premiato chi l’intelligenza artificiale la applica e la porta al pubblico: le piattaforme, i modelli, i servizi. Meta è il simbolo di quel livello. Adesso premia chi fornisce i mattoni fisici senza cui quei servizi non esistono.
Sull’altro fronte c’è Tesla, che proprio per smarcarsi dalle automobili ha iniziato a definirsi azienda di intelligenza artificiale fisica, come abbiamo scritto a gennaio. Vederla affiancata e quasi superata da un fornitore di componenti dice quanto in fretta stia cambiando la gerarchia.
Micron aveva toccato i mille miliardi di dollari (circa 880 miliardi di euro) appena il 26 maggio, poche settimane dopo l’ingresso di Samsung nello stesso club. Sanjay Mehrotra, amministratore delegato, ha riassunto la posta in gioco: “nell’era dell’IA la memoria è diventata un bene strategico per i nostri clienti”.
C’è anche una dimensione che riguarda l’Europa. La memoria avanzata è concentrata in tre mani, ossia Micron negli Stati Uniti, Samsung e SK Hynix in Corea del Sud. Il fatto che l’unico fornitore americano di HBM diventi uno snodo da mille miliardi, rende ancora più evidente quanto il continente dipenda da una catena di approvvigionamento che non controlla.
La domanda sulla tenuta di Micron
In dodici mesi il titolo Micron ha guadagnato circa il 700%, da 120 a oltre 1.200 dollari. È una corsa che pochi titoli hanno mai eguagliato, e che inevitabilmente solleva il sospetto di essere arrivata troppo lontano.
I segnali di prudenza ci sono. Martedì, alla vigilia della trimestrale, il titolo aveva perso il 13% in una sola seduta. Diverse case d’investimento parlano di valutazione tirata, con almeno un giudizio di vendita e un obiettivo di prezzo molto sotto i valori attuali. Lo stesso Mehrotra ha venduto azioni in modo consistente a fine maggio, in parte per piani programmati ma dentro una finestra di vendite nette da parte dei dirigenti.
Sullo sfondo c’è la scommessa che tiene in piedi tutto: la spesa dei grandi operatori per l’infrastruttura dell’IA, stimata da JPMorgan in 5.500 miliardi di dollari fino al 2030 e ritenuta, per ora, redditizia. Sul “per ora” si gioca la partita. Quando il capo di IBM, Arvind Krishna, ha avvertito che la corsa ai data center difficilmente si ripagherà ai costi attuali, indicava lo stesso rischio che oggi si nasconde dietro il record di Micron.
Se la domanda di calcolo rallenta, il fornitore che oggi vale più di Meta è anche il più esposto alla discesa.
Fonte: Reuters


