Dimenticate le sale conferenze asettiche e illuminate dai neon. Slush si tiene a novembre nel buio dell’inverno finlandese, ed è un evento famoso per le sue luci laser, il fumo artificiale e un’estetica che ricorda più un rave party o un concerto rock che un evento finanziario.
Eppure, è il luogo dove migliaia di startup incontrano gli investitori, il punto di ritrovo annuale dove si misura l’energia del venture capital: se a Helsinki si respira ottimismo, significa che i founder sono pronti a dare battaglia e a investire.
A fare da contrappeso, quanto meno in questo articolo, troviamo PitchBook, la piattaforma di dati più autorevole al mondo per quanto riguarda il mercato dei capitali privati. Monitora ogni singola operazione finanziaria, ossia quanti soldi sono stati investiti, chi ha comprato chi, quali fondi stanno raccogliendo capitali e quali startup stanno fallendo.
Tutto questo per arrivare al punto: se Slush è il luogo dove batte il cuore dell’ecosistema, PitchBook è il monitor che ne legge l’elettrocardiogramma. E l’esito dell’ultimo esame è sorprendente: l’entusiasmo respirato tra i corridoi di Helsinki il mese scorso raccontava una storia, ma i dati reali ne raccontano un’altra.
Le startup dopo il Grande Reset
Il mercato europeo delle startup vive oggi in una sorta di sfasamento temporale: da un lato c’è l’energia di una nuova generazione di founder che non ha mai avuto così tanta fame; dall’altro, ci sono i numeri di un settore che fatica a scrollarsi di dosso le macerie del biennio precedente.
Per capire dove siamo, dobbiamo tornare a ciò che è accaduto tra il 2022 e il 2023. Per quasi un decennio, il mondo tecnologico ha vissuto in una bolla di denaro a costo zero, alimentata da tassi d’interesse inesistenti.
Quando però l’inflazione ha bussato alla porta e le banche centrali hanno alzato i tassi, quel mondo è svanito. È stato il “Grande Reset”: le valutazioni gonfiate sono crollate e gli investitori sono passati dall’ossessione per la crescita a quella per la redditività.
L’Europa, però, sembra rimasta incagliata in questa transizione. I 43,7 miliardi di euro investiti fino al terzo trimestre del 2025 indicano che chiuderemo l’anno sulla stessa linea piatta del 2024 e del 2023.
Il confronto con gli Stati Uniti è impietoso: oltreoceano, il volume dei deal ha già superato i livelli degli ultimi tre anni, con investimenti che proiettano il mercato USA verso una chiusura d’anno ben oltre i 150 miliardi di dollari.
Se l’America ha trovato nell’Intelligenza Artificiale il propellente per ripartire a razzo, il Vecchio Continente è ancora fermo in corsia di emergenza: per ogni euro investito in una startup europea, il sistema americano ne mette sul piatto quasi tre.
Se l’America ha trovato nell’Intelligenza Artificiale il propellente per ripartire a razzo e lasciarsi il reset alle spalle, il Vecchio Continente è ancora fermo in corsia di emergenza, con una crescita che fatica a trovare lo slancio necessario.
Piloti senza benzina: il nodo del fundraising
Il vero problema dell’Europa non è però la mancanza di buone idee ma un cortocircuito nel meccanismo di rifornimento finanziario. Nel mondo del venture capital, il gioco si divide tra GP ed LP.
I primi sono i General Partners, gli esperti che scelgono su quali startup investire, che le aiutano a crescere e cercano di rivenderle con profitto. I secondi sono i Limited Partners, le grandi casseforti (fondi pensione, assicurazioni), che mettono materialmente i capitali.
In questo momento, il rapporto tra LP e GP in Europa è ai minimi termini. Come ha spiegato a TechCrunch Navina Rajan, senior analyst di PitchBook, “Il fundraising, LP to GP, è sicuramente l’area più debole in Europa”.
In parole semplici: i gestori dei fondi (i piloti) hanno le mani sul volante e vedono la strada, ma i grandi investitori istituzionali hanno smesso di riempire i serbatoi con la benzina. E com’è facile intuire, senza di essa anche la startup più innovativa rischia di restare ferma in piazzola di sosta.
L’Europa come “outlet” di lusso per gli USA
Mentre i capitali locali scarseggiano, gli investitori americani hanno iniziato a guardare al Vecchio Continente con occhi diversi, principalmente per convenienza economica. Negli USA hanno infatti capito che in Europa possono comprare la stessa eccellenza tecnologica a una frazione del prezzo richiesto nella Silicon Valley.
Mentre oltreoceano le valutazioni delle startup AI sono diventate talmente gonfie da essere inavvicinabili per molti, l’Europa offre un’occasione d’oro: entrare in campioni come la francese Mistral o la svedese Lovable godendo di costi d’ingresso molto più sostenibili, pur avendo tra le mani tecnologie di valore identico.
“Sembrano piuttosto ottimisti sul mercato europeo”, osserva Rajan, sottolineando come la partecipazione dei VC statunitensi sia tornata a crescere dopo il minimo del 2023.
Casi come la svedese Lovable (una delle stelle nascenti del cosiddetto “vibe-coding”, che permette di creare software usando semplicemente il linguaggio naturale, come se si stesse descrivendo un’idea a un amico), confermano il trend.
L’azienda ha appena chiuso un round da 330 milioni di dollari guidato da giganti come Salesforce Ventures e CapitalG. Allo stesso modo, la francese Mistral a settembre ha incassato 1,7 miliardi di euro da Nvidia e Andreessen Horowitz. Entrambi i casi dimostrano che l’eccellenza tecnologica europea è diventata l’affare del secolo per chi ha i capitali oltreoceano.
La fine del provincialismo digitale?
Nonostante la carestia di capitali domestici, qualcosa nel DNA dei founder europei pare esser cambiato. Successi come quello di Klarna, sbarcata in Borsa a settembre dopo vent’anni di crescita, hanno infatti tracciato un sentiero.
Victor Englesson, partner di EQT, vede in questa fase la nascita di una nuova consapevolezza: “I fondatori ambiziosi hanno visto cosa significa l’eccellenza in aziende come Spotify, Klarna e Revolut, e ora stanno avviando società con quel tipo di ambizione. Non iniziano pensando di voler vincere in Germania. Iniziano con la mentalità di voler vincere a livello globale”.
Questa mutazione culturale è la vera assicurazione sulla vita dell’ecosistema europeo. La scommessa di EQT, che prevede di investire 250 miliardi di euro in Europa nei prossimi cinque anni, si basa su questa certezza: la benzina potrà anche scarseggiare ma chi è alla guida non ha più intenzione di frenare.
Fonte: TechCrunch


