L’IA sta cannibalizzando il venture capital

da | 4 Lug 2025 | Business

Illustrazione: chatgpt
Tempo di lettura: 3 minuti

Il venture capital è una forma di finanziamento che consiste nell’investire soldi in startup o imprese innovative che hanno un alto potenziale di crescita, ma anche un alto livello di rischio.

In genere, si tratta di aziende giovani, che non hanno ancora raggiunto la redditività ma che promettono di scalare rapidamente, magari grazie a una tecnologia rivoluzionaria, a un modello di business nuovo o a un’idea particolarmente efficace.

Chi investe tramite venture capital non lo fa per ottenere un interesse fisso, come in un prestito tradizionale: compra una quota della società, diventando in parte proprietario, con l’obiettivo di guadagnare molto se e quando quella startup avrà successo (tipicamente con un’acquisizione o una quotazione in Borsa, la cosiddetta ‘exit’). Se invece la startup fallisce l’investitore perde tutto o quasi. E ciò accade spesso.

I soggetti che fanno questo mestiere sono i fondi di venture capital, cioè società specializzate nel raccogliere denaro da investitori (privati, istituzionali, fondazioni ecc.) e nel reinvestirlo in startup, seguendole da vicino e spesso partecipando anche alle decisioni strategiche.

In pratica, il venture capital è il carburante finanziario che ha permesso la nascita e la crescita di giganti come Google, Facebook, Amazon o AirBNB, aziende che all’inizio nessuna banca avrebbe mai finanziato, perché troppo rischiose.

Il cambio di paradigma del venture capital

Superato questo preambolo, non ci resta che osservare che ormai il mondo del venture capital non si è semplicemente aprendo all’intelligenza artificiale: ne è ormai dominato.

Come infatti riporta Axios, nella prima metà del 2025 oltre la metà dei fondi globali (per la precisione, il 53%), è stata destinata alle startup IA. Negli Stati Uniti, la quota ha raggiunto un impressionante 64%, segno che il fenomeno non riguarda solo la Silicon Valley, ma l’intero sistema dell’innovazione finanziata.

Anche in termini di numero assoluto di aziende, la trasformazione è evidente: quasi il 30% delle startup finanziate a livello globale lavora sull’IA, percentuale che sale al 36% negli Stati Uniti. Non è una moda passeggera, né una semplice rotazione settoriale. È un’accelerazione che riscrive gli equilibri del mercato.

La fine della diversificazione

Ma non è solo la quantità a cambiare: a sorprendere è la distribuzione dei capitali.

Nel secondo trimestre del 2025, più di un terzo dei fondi di venture capital statunitensi è finito nelle mani di appena cinque aziende. Una concentrazione che non si era mai vista nemmeno ai tempi della bolla dotcom, nemmeno tenendo conto dell’inflazione.

All’epoca i finanziamenti da miliardi di dollari semplicemente non esistevano. Oggi sono all’ordine del giorno.

Questo fenomeno segna un punto di rottura con la filosofia storica del venture capital, fondata sulla diversificazione del rischio: tanti piccoli investimenti in tante aziende, nella speranza che almeno una o due abbiano successo. Oggi, invece, si punta grosso su pochissimi nomi. La logica sembra essere: chi vince, prende tutto.

Per difendersi da questa crescente esposizione, alcuni investitori ricorrono agli SPV, acronimo di Special Purpose Vehicle: si tratta di veicoli societari creati ad hoc per investire in una singola operazione, tenendola separata dal resto del portafoglio.

Così facendo, anche se un singolo investimento fallisse, le perdite sarebbero isolate e non andrebbero a impattare l’intero fondo. È un modo per lanciarsi nei deal più ambiziosi senza esporre il capitale complessivo a un rischio eccessivo.

I Big Tech cambiano le regole del gioco

Un’altra differenza rispetto al passato è che i grandi attori del settore non stanno più alla finestra. Al contrario: aziende come Meta stanno giocando in attacco, spendendo cifre miliardarie per acquisire o finanziare startup promettenti.

Nelle precedenti ondate tecnologiche (come l’ascesa di Google nei primi anni 2000 o di Facebook nel decennio successivo), le startup potevano crescere rapidamente perché i grandi attori dell’industria non erano ancora presenti o preparati in quei settori.

Quindi godevano di un certo “effetto sorpresa”: potevano innovare e conquistare quote di mercato prima che i colossi si accorgessero del cambiamento o reagissero.

Oggi questo vantaggio non c’è più. Nel campo dell’intelligenza artificiale, i big tech sono già pienamente consapevoli del potenziale della tecnologia e si muovono fin da subito, investendo miliardi, acquisendo startup, reclutando talenti e influenzando la traiettoria del settore.

Ciò significa che le startup non hanno più lo spazio libero di manovra che avevano una volta: devono competere da subito con (e contro) colossi come Meta, Microsoft, Google, Amazon, che giocano d’anticipo.

Anche la dimensione dell’assegno è cambiata: si accetta di investire somme enormi pur di non restare fuori dalla prossima svolta generativa. Il risultato è un mercato dove la dimensione conta più che mai, e dove la capacità di attrarre capitali si misura in miliardi.

Il nuovo paradigma

Ciò che emerge, insomma, è un panorama radicalmente diverso da quello a cui il venture capital ci aveva abituati.

L’intelligenza artificiale sta diventando il nuovo standard tecnologico e finanziario, e lo sta facendo attraverso meccanismi di concentrazione e di potere molto lontani dall’ecosistema fluido e dinamico che una volta permetteva l’ascesa delle startup.

In tale contesto, la retorica della concorrenza aperta e dell’innovazione dal basso fatica a trovare spazio. E se è vero che la rivoluzione IA è appena iniziata, è altrettanto vero che i vincitori sembrano già essere stati scelti.

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