Biden: stop ai controlli ambientali per le fabbriche di chip

by | 3 Ott 2024 | Tecnologia, Editoriale, Politica

Tempo di lettura: 5 minuti

La “ragione di Stato” è un principio politico secondo il quale un governo può giustificare azioni straordinarie o illegali, come violazioni dei diritti individuali o dell’ordinamento giuridico, se ritenute necessarie per salvaguardare l’interesse superiore della nazione.

Questo concetto si fonda sull’idea che la sopravvivenza e la sicurezza dello Stato possano giustificare misure eccezionali, soprattutto in situazioni di emergenza o di pericolo imminente.

Storicamente, la ragione di Stato è stata utilizzata per spiegare o giustificare atti di autorità che violano la legge comune o i diritti fondamentali, ma che sono considerati essenziali per il mantenimento dell’ordine pubblico, della sicurezza o della stabilità nazionale.

Nella sua accezione moderna, la “ragione di Stato” è talvolta richiamata in contesti di politica estera, di sicurezza nazionale o di crisi interne, quando decisioni difficili devono essere prese per preservare l’integrità dello Stato o l’interesse collettivo.

Da oggi, abbiamo un’altra accezione della ragione di stato: quella ambientalista.

La tecnologia: una guerra da non perdere

Quella del dominio tecnologico è una corsa che gli USA non possono e non vogliono perdere. Con la Cina in primis e col resto del mondo in secundis. Ma sia chiaro, lo stesso vale per tutti.

Ad esempio, oltre la Grande Muraglia, vanno molto di moda le Zone Economiche Speciali (ZES), aree geografiche all’interno delle quali vengono applicate politiche economiche e normative particolari rispetto al resto del Paese, al fine di attrarre investimenti esteri, promuovere lo sviluppo industriale e favorire l’innovazione economica.

Per quanto riguarda l’Europa, possiamo prendere ad esempio Horizon Europe, un fondo con un budget di circa 95,5 miliardi di euro all’interno del quale ricade l’European Innovation Council (o EIC), di cui abbiamo appena scritto.

Per quanto riguarda gli USA, negli ultimi tempi ci siamo trovati più volte a scrivere del CHIPS and Science Act, una legge approvata nel 2022 con l’obiettivo di rafforzare la produzione di semiconduttori e la competitività tecnologica del Paese (e siccome agli americani piace giocare con gli acronimi, la parola CHIPS in realtà sta per Creating Helpful Incentives to Produce Semiconductors.

La legge si concentra sul rilancio della produzione di chip e semiconduttori negli Stati Uniti, riducendo la dipendenza dalle catene di approvvigionamento estere, specialmente dalla Cina. I semiconduttori sono infatti componenti cruciali per una vasta gamma di tecnologie, dai telefoni cellulari ai sistemi di difesa.

All’interno di questa legge esiste un’iniziativa chiamata CHIPS for America Program, che fa parte del pacchetto legislativo. E tutto l’impianto normativo è visto come una risposta diretta alla crescente competizione tecnologica con la Cina. Con l’obiettivo, appunto, di garantire che gli Stati Uniti rimangano leader globali nella produzione e nello sviluppo di semiconduttori, una componente essenziale per il futuro dell’economia e della sicurezza globale.

Biden e la ragione di Stato

Il presidente Joe Biden ieri ha firmato una nuova legge che esenterà alcuni impianti di produzione di semiconduttori negli Stati Uniti dai controlli ambientali federali, a condizione che siano tra quelli destinati a ricevere sussidi governativi. La decisione mira a velocizzare l’attuazione dei progetti legati al CHIPS Act del 2022, che stanzia 52,7 miliardi di dollari per il rilancio della produzione di chip negli USA.

Senza la nuova normativa, i progetti avrebbero infatti dovuto affrontare ulteriori revisioni ambientali federali ai sensi del National Environmental Policy Act (NEPA) del 1969 per ottenere i necessari permessi federali.

Secondo i sostenitori della legge, questi progetti avevano già rispettato le normative ambientali a livello federale, statale e locale. Senza il cambiamento, però, avrebbero rischiato di subire anni di ritardi.

“La prevenzione di ritardi inutili nella costruzione degli impianti di produzione di microchip aiuterà a massimizzare i nostri sforzi per riportare questa industria negli Stati Uniti, creando migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e rafforzando le nostre catene di approvvigionamento”, ha dichiarato il senatore democratico Mark Kelly, uno degli autori del provvedimento.

Dello stesso avviso il senatore repubblicano Ted Cruz, che ha co-firmato la legge, definendo il provvedimento “un passo cruciale per riportare i posti di lavoro nel nostro Paese e rendere la nostra nazione meno dipendente dalla Cina per i semiconduttori critici per la difesa nazionale”.

Le proteste degli ambientalisti

I gruppi ambientalisti, tuttavia, non hanno accolto con favore la nuova normativa. Il Sierra Club, una delle più grandi organizzazioni ambientaliste negli Stati Uniti, ha sottolineato l’importanza dei controlli ambientali per “proteggere le comunità e i lavoratori dai contaminanti pericolosi utilizzati nell’industria dei semiconduttori”.

Secondo il gruppo, l’allentamento delle regolamentazioni potrebbe comportare rischi significativi per l’ambiente e la salute pubblica.

Anche la rappresentante democratica della California, Zoe Lofgren, ha criticato il disegno di legge, ricordando che in passato alcuni siti di produzione di semiconduttori e microelettronica in California sono stati gravemente inquinati. “Dovremmo imparare da questo passato e assicurarci di non ripeterlo”, ha affermato, aggiungendo che le revisioni previste dal NEPA rappresentano “uno strumento vitale per evitare simili errori”.

Ma ormai la macchina amministrativa è già in moto, e qualcuno deve aver pensato che sarebbe un peccato rallentarla. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha infatti già allocato oltre 35 miliardi di dollari per 26 progetti.

Tra questi spiccano 6,4 miliardi di dollari destinati alla sudcoreana Samsung per espandere la produzione di chip in Texas, 10 miliardi a Intel, 6,6 miliardi alla taiwanese TSMC e 6,1 miliardi a Micron Technology.

L’ipocrisia green

La Casa Bianca ha ribadito l’impegno a garantire che tutti i progetti vengano realizzati nel rispetto delle normative su aria pulita, acqua pulita e protezione delle specie in via di estinzione, minimizzando i rischi per i lavoratori e l’ambiente.

Nel leggere queste rassicuranti affermazioni la nostra mente spazia negli anni, dal film Erin Brockovich di Steven Soderbergh, al disastro ferroviario di East Palestine, che ha visto l’anno scorso il deragliamento di un treno che trasportava vari materiali chimici, con 50 vagoni che hanno sversato tonnellate di sostanze infiammabili e tossiche, tra cui il cloruro di vinile.

In quell’occasione vennero evacuati 5.000 residenti nelle aree circostanti a causa del rischio di esplosione e della possibile contaminazione dell’aria e dell’acqua. Dopo solo cinque giorni le autorità locali e statali, insieme all’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA), decisero che l’aria e l’acqua erano sicure e rimandarono tutti a casa. I risultati li potete tranquillamente constatare su YouTube.

La nuova legge, firmata da Biden, rappresenta dunque un passaggio chiave nella strategia degli Stati Uniti per riportare la produzione di semiconduttori sul suolo nazionale, un’industria cruciale non solo per l’economia ma anche per la sicurezza nazionale. D’altronde, la Semiconductor Industry Association aveva avvertito che, senza questo provvedimento, le revisioni ambientali avrebbero potuto rallentare o bloccare i progetti già in corso.

Così, ancora una volta, l’ecologia con la quale i politici amano sciacquarsi la bocca, diventa una priorità secondaria.

Perché quando la ‘ragion di Stato’ bussa alla porta, e la competizione con la Cina minaccia l’egemonia tecnologica ed economica degli Stati Uniti, la sostenibilità ambientale passa in secondo piano.

Ma siamo tutti persone mature, certe cose le capiamo. Con la speranza che qualcuno a Bruxelles ne prenda nota…

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