Ben Horowitz, uno dei più influenti investitori in capitale di rischio della Silicon Valley e co-fondatore di Andreessen Horowitz, ha annunciato l’intenzione di donare una somma significativa alla campagna presidenziale di Kamala Harris.
La notizia, diffusa da Horowitz in un’email interna al suo staff, ha generato scalpore non solo per il prestigio del personaggio, ma anche per il suo recente e dichiarato sostegno a Donald Trump, un leader che ha polarizzato l’industria tecnologica come mai prima d’ora.
L’ambivalenza di Ben Horowitz
Horowitz e sua moglie Felicia hanno coltivato un rapporto personale con la vicepresidente Harris per oltre un decennio. “Kamala è stata una grande amica per entrambi”, ha dichiarato Horowitz, spiegando che la loro decisione di sostenere la sua corsa presidenziale non è legata alle politiche tecnologiche della candidata, bensì a legami personali.
Questo cambio di rotta però non significa una piena adesione alla visione politica di Harris. Horowitz continua infatti a criticare aspramente l’amministrazione Biden per le sue politiche, accusandola di soffocare l’innovazione, in particolare nei settori emergenti come le criptovalute e l’intelligenza artificiale.
Secondo una fonte a lui vicina, Horowitz ritiene ancora che le posizioni di Trump, soprattutto quelle legate alle startup e a quello che definisce il “Little Tech,” siano maggiormente allineate agli interessi della sua azienda.
Questo apparente paradosso (il sostegno alla Harris mentre si continuano a lodare le politiche tecnologiche di Trump) rappresenta una dinamica non inusuale tra i grandi leader aziendali. Che spesso distribuiscono le loro donazioni politiche su più fronti per mantenere aperte le porte con entrambe le fazioni politiche.
Le divisioni politiche della Silicon Valley
La Silicon Valley, da sempre simbolo di innovazione e dinamismo, negli ultimi anni ha visto intensificarsi una profonda frattura ideologica al suo interno.
La divisione politica ha incrinato storici legami personali e professionali, trasformando quello che una volta era un settore coeso e prevalentemente progressista in un campo di battaglia politico.
La storica inclinazione a sinistra dell’industria tecnologica, che aveva dominato fino alle precedenti elezioni presidenziali, è stata infatti messa in discussione da una piccola ma influente élite di leader tecnologici. Tra questi troviamo Horowitz ed Elon Musk, che hanno pubblicamente espresso il loro sostegno a Donald Trump, generando un acceso dibattito e il malcontento di molti.
Ad agosto, ad esempio, lo stesso Horowitz è stato protagonista di uno scontro pubblico con Michael Moritz, ex presidente di Sequoia Capital, finanziatore del San Francisco Standard.
Horowitz lo ha accusato di aver commissionato un “pezzo diffamatorio” contro di lui e sua moglie a causa del loro sostegno a Trump. La testata, il cui articolo delineava i loro contributi politici e analizzava il loro passaggio dalle cause democratiche a quelle repubblicane, ha negato ogni coinvolgimento di Moritz.
La lotta tra Trump e la Harris per il mondo tech
Tutto ciò avviene in un momento di corteggiamento politico della Harris e di Trump nei confronti dell’industria tecnologica.
Trump, che si è autodefinito il “presidente della criptovaluta”, ha trovato in Elon Musk un alleato di peso, con il CEO di Tesla che ha recentemente lanciato un comitato di azione politica (PAC) a sostegno della campagna di Trump. E che ha dichiarato di voler partecipare a un raduno di Trump nel prossimo fine settimana.
A unirsi a Musk nel sostegno a Trump vi sono altre figure di spicco del mondo tecnologico, come il co-fondatore di Palantir Technologies, Joe Lonsdale, e i gemelli Winklevoss.
Dall’altra parte, Harris sta cercando di attrarre il favore dell’industria con proposte concrete per incentivare l’innovazione.
Il mese scorso ha presentato un piano che prevede crediti d’imposta per investimenti in settori strategici come la bioingegneria, l’intelligenza artificiale e l’informatica quantistica, sottolineando l’importanza di sostenere le nuove tecnologie pur garantendo la protezione dei consumatori e degli investitori.
Un messaggio che cerca di rassicurare i leader tecnologici, molti dei quali sono rimasti scontenti dalle recenti mosse dell’amministrazione Biden, in particolare le limitazioni sulle fusioni e acquisizioni e la regolamentazione delle criptovalute.
Horowitz, pur manifestando ottimismo per un’eventuale amministrazione Harris, ha ammesso di non avere ancora piena fiducia nelle sue intenzioni riguardo al settore tecnologico.
Nella sua email, ha sottolineato come il governo Biden sia stato “eccezionalmente distruttivo” per l’industria tecnologica, in particolare per quanto riguarda aree emergenti come l’intelligenza artificiale e le criptovalute, due ambiti che rappresentano il futuro dell’innovazione tecnologica globale.
Le presidenziali all’orizzonte
L’imminente campagna presidenziale, dunque, non sta solo dividendo l’opinione pubblica ma sta riorganizzando anche le alleanze all’interno della stessa Silicon Valley, confermando che, per i leader tecnologici, il peso delle scelte politiche è più che mai una questione di strategie aziendali e personali.
Questa nuova fase della politica tecnologica americana vedrà probabilmente sempre più leader come Horowitz barcamenarsi tra politiche e candidati, cercando di proteggere i propri interessi in un contesto politico sempre più complesso e frammentato.
E mentre la Silicon Valley continua a essere un campo di battaglia per il futuro dell’innovazione, le decisioni di figure come Horowitz continueranno a influenzare il dibattito pubblico e il destino dell’industria stessa.


