Negli ultimi tre anni, la vicepresidente Kamala Harris ha assunto un ruolo chiave nella definizione delle politiche sull’intelligenza artificiale all’interno dell’amministrazione Biden. Come responsabile dell’IA alla Casa Bianca, Harris ha guidato iniziative significative per bilanciare l’innovazione tecnologica con la protezione del pubblico.
Tra i suoi successi più notevoli, Harris ha riunito i leader delle principali aziende tecnologiche come OpenAI, Microsoft, Google e Anthropic per stabilire standard di sicurezza volontari. Ha inoltre supervisionato un ordine esecutivo che delinea l’approccio del governo federale all’uso e allo sviluppo dell’IA. Nonostante i suoi sforzi per spingere il Congresso verso una regolamentazione più stringente, però, finora sono emerse poche leggi concrete in materia.
Il background di Harris come ex procuratore distrettuale di San Francisco e procuratore generale della California ha influenzato il suo approccio alla tecnologia. In passato, ha promosso leggi contro il cyberbullismo e per la privacy online dei minori, dimostrando una posizione più dura nei confronti delle big tech.
Tuttavia, la sua attuale gestione dell’IA alla Casa Bianca riflette un approccio più moderato. E così come ci siamo domandati cosa accadrebbe all’anti-trust americano qualora vincesse Trump, oggi di domandiamo cosa accadrebbe all’intelligenza artificiale statunitense (e di riflesso occidentale) qualora al potere salissero i democratici.
In nostro soccorso giunge il New York Times, che in un articolo ricorda come la Harris sostenga che è possibile e necessario proteggere il pubblico e, contemporaneamente, favorire l’innovazione rifiutando l’idea che si debba scegliere tra le due opzioni. “Rifiutiamo la falsa scelta tra il proteggere il pubblico o l’avanzare nell’innovazione”, ha dichiarato lo scorso novembre e se la Harris dovesse diventare presidente, gli esperti prevedono una probabile continuazione della sua politica attuale.
Ossia un percorso relativamente agevole per le aziende di IA, con una supervisione governativa incrementata ma non drasticamente restrittiva.
Le connessioni di Harris con l’industria tecnologica risalgono ai suoi giorni in California. Ha coltivato relazioni con aziende come Google e Facebook (ora Meta), vedendo l’esperienza del settore tech come cruciale per migliorare la comunicazione e i sistemi governativi. Nonostante queste connessioni, la Harris mantiene una posizione che bilancia gli interessi dell’industria con quelli del pubblico. Ha sottolineato l’importanza della responsabilità aziendale e della regolamentazione, pur riconoscendo il potenziale innovativo dell’IA.
Kamala Harris, tra idealismo e ragion di Stato
L’approccio di Harris all’IA è caratterizzato da una curiosità verso le capacità dell’industria tecnologica, combinata con la convinzione che le aziende debbano dimostrare benefici tangibili per gli americani comuni. Il suo “test decisivo” per la tecnologia rimane il suo impatto sulla vita delle famiglie della classe lavoratrice.
Mentre l’IA continua a evolversi rapidamente, il ruolo di Harris nel plasmare le politiche in questo campo rimane cruciale. Il suo approccio equilibrato potrebbe definire il futuro della regolamentazione dell’IA negli Stati Uniti, cercando di massimizzare i benefici dell’innovazione tecnologica mentre si mitigano i potenziali rischi per la società.

Per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori della società di venture capital a16z, i democratici finora hanno “sovra regolamentato” l’intelligenza artificiale.
Al tempo stesso, non possiamo non ricordare le parole pronunciate da Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori della società di venture capital a16z, che hanno annunciato il supporto ai Repubblicani. A loro dire, i democratici finora hanno “sovra regolamentato” l’intelligenza artificiale, mentre secondo Trump “l’IA è spaventosa ma dobbiamo assolutamente vincere perché se non vinciamo noi, vince la Cina“.
Qualora Kamala Harris venisse eletta presidente, allora, si troverebbe di fronte a sfide complesse nel campo dell’intelligenza artificiale. Da un lato, dovrà mantenere fede al suo impegno di proteggere i diritti e la privacy dei cittadini, dall’altro dovrà confrontarsi con la pressante necessità di non perdere terreno nella corsa globale all’innovazione tecnologica, specialmente di fronte a potenze come la Cina, che potrebbero avere meno scrupoli etici nello sviluppo dell’IA.
La sua visione di un equilibrio tra protezione pubblica e avanzamento tecnologico sarà dunque messa alla prova in un contesto geopolitico sempre più competitivo. E la Harris dovrà navigare tra le pressioni dell’industria tech, desiderosa di innovare rapidamente, e le preoccupazioni dei cittadini riguardo privacy, sicurezza e impatto sul mercato del lavoro. Facendo infine ricredere quella parte della Silicon Valley che ultimamente ha iniziato a guardare ai Repubblicani.


