Anduril, tra promesse e test che falliscono

da | 29 Nov 2025 | Tecnologia

Palmer Luckey, fondatore di Anduril. | Foto: Peter H. Diamandis
Tempo di lettura: 4 minuti

Nel mondo della difesa americana c’è un nome che negli ultimi anni ha catalizzato più aspettative di qualsiasi altro: Anduril.

Fondata nel 2017 da Palmer Luckey, il prodigio della Silicon Valley che ha creato Oculus e poi è stato defenestrato da Zuckerberg per il suo supporto a Trump (all’epoca era ancora democratico), la startup si è imposta come il volto del nuovo asse fra innovazione tecnologica e riarmo statunitense.

In un contesto segnato dall’invasione russa dell’Ucraina e dalla necessità di rifornire alleati e forze armate con sistemi più agili, Washington guarda sempre più a realtà capaci di lavorare con i tempi del software, non con quelli lenti e ‘rituali’ dei contractor tradizionali.

È la promessa che Luckey ripete da anni: “Costruiamo, testiamo e distribuiamo in mesi, non anni”. Per farlo Anduril ha importato nella difesa un modello tipicamente californiano, basato su cicli rapidissimi di sviluppo e verifica.

Una filosofia molto vicina al famoso “move fast and break things”, che nella Silicon Valley è sinonimo di innovazione spinta. Ma quando l’oggetto dell’innovazione è un’arma o un drone militare, “break things” assume un peso ben diverso.

Anduril, la accuse della Marina

Negli ultimi mesi, infatti, l’approccio iterativo della startup ha mostrato crepe significative, generando incidenti, allarmi interni e critiche sempre più esplicite da parte dei militari americani.

Il caso più eclatante si è verificato a maggio al largo della California, durante un’esercitazione della Marina statunitense. Più di trenta imbarcazioni senza equipaggio avrebbero dovuto essere lanciate e recuperate da una nave da combattimento.

A metà del test, però, oltre una dozzina ha semplicemente smesso di rispondere. I sistemi di bordo hanno respinto gli input, attivato il fail-safe e si sono letteralmente fermati in acqua, diventando un potenziale pericolo per le altre unità.

La flotta è stata recuperata solo dopo ore di lavoro notturno. E se la Marina ha definito l’operazione “gestita in sicurezza”, il rapporto di follow-up è stato di tutt’altro tono.

Quattro marinai hanno denunciato “violazioni continue della sicurezza operativa, violazioni della sicurezza e direttive fuorvianti da parte dell’appaltatore”, arrivando ad avvertire che, senza una revisione immediata, il software avrebbe rappresentato “un rischio estremo per le forze e la possibilità di perdita di vite umane”.

Al centro del problema c’era Lattice, la piattaforma software con cui Anduril vuole collegare sensori, droni e sistemi d’arma in un’unica rete orchestrata da un singolo operatore. Una sorta di sistema operativo della guerra autonoma.

Durante il test le imbarcazioni prodotte da BlackSea Technologies si affidavano proprio a Lattice, ma hanno iniziato a respingere i comandi e a non riuscire più ad allontanarsi dagli altri mezzi.

Anduril sostiene che la causa fosse un bug nel software dei droni marittimi e non nel proprio. Ma al netto del rimpallo delle responsabilità, secondo tre persone informate sull’esercitazione, l’integrazione ricadeva sotto la responsabilità della startup. La polemica, dunque, resta aperta.

Caccia senza pilota e incendi

Le difficoltà di Anduril non si limitano al mare. In estate un test a terra del caccia senza pilota Fury, sviluppato per l’Aeronautica nell’ambito della dottrina dei “Collaborative Combat Aircraft”, ha subito un guasto meccanico banale: un chiodo è stato aspirato dal motore, danneggiandolo e ritardando il programma.

Il drone è riuscito a volare solo il 31 ottobre, due mesi dopo il primo volo del principale concorrente, General Atomics.

Anche sul fronte dei sistemi antidroni non è andata meglio. Ad agosto, un test dell’Anvil in Oregon si è concluso con uno schianto e un incendio di 22 acri, domato grazie all’intervento dei vigili del fuoco locali.

Anduril ha spiegato che incidenti del genere sono “possibili esiti noti” e che, con la quantità di test effettuati, episodi simili possono capitare. Una lettura che molti analisti considerano coerente con il suo approccio ma che mette in evidenza la differenza culturale rispetto ai colossi della difesa, abituati a procedure estremamente codificate.

Sul fronte del combattimento reale, il quadro è ancora più complesso. In Ucraina, dove Anduril mantiene una presenza quasi continua, alcuni droni Altius forniti ai reparti ucraini della SBU sono stati giudicati vulnerabili al jamming russo.

In più di un caso i droni si sarebbero schiantati senza centrare il bersaglio, tanto che le unità hanno smesso di utilizzarli nel 2024. Per un’azienda che si propone come simbolo della guerra autonoma, non è una cosa da poco.

La rincorsa alla credibilità

L’azienda respinge l’idea di un problema strutturale. E sostiene che i test servano proprio a trovare i bug, correggerli e ripetere il ciclo con rapidità.

In una nota, Anduril ha ammesso: “Il nostro modello altamente iterativo può rendere più facile il lavoro dei critici. È un rischio che accettiamo. Falliamo… spesso”.

È il riflesso più puro del “move fast and break things” portato nella difesa. Ma, come osservano alcuni ex strateghi della Marina e analisti del settore, ciò che è permesso nel software non sempre è accettabile quando si lavora con sistemi che devono funzionare in contesti ostili, con interferenze elettroniche, rischio per la vita dei soldati e responsabilità geopolitiche.

Eppure, nonostante ritardi, incendi e test falliti, Anduril continua a essere una delle startup più corteggiate dal Pentagono. Perché, al netto delle battute d’arresto, è una delle poche aziende in grado di muoversi a una velocità incompatibile con i cicli tradizionali della difesa americana.

Ed è proprio su quella velocità, e sulla capacità di trasformare gli errori in iterazioni, che la startup gioca la sua scommessa più grande.

Fonte: The Wall Street Journal

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