Il 16 aprile 2019, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva aperto un’istruttoria contro Amazon, accusandola di abuso di posizione dominante nel mercato italiano dell’e-commerce.
È stata la miccia che ha acceso una delle battaglie antitrust più lunghe e simboliche mai condotte in Europa contro una Big Tech americana, culminata due anni e mezzo dopo in una sanzione da record.
Oggi quella multa da 1,13 miliardi di euro, inflitta nel dicembre 2021, è stata ridimensionata dal Tribunale amministrativo del Lazio, che ha confermato la sostanza delle accuse ma ha cassato l’aumento del 50% applicato dall’Antitrust in via discrezionale.
Il risultato, se i calcoli venissero confermati, porterebbe la sanzione a circa 750 milioni di euro.
La logistica Prime al centro dello scontro
Alla base della decisione del 2021 c’erano pratiche considerate distorsive nei servizi logistici connessi all’e-commerce.
Amazon, secondo i rilievi dell’AGCM, avrebbe favorito i venditori che utilizzavano la propria piattaforma di logistica Fulfilment by Amazon (FBA), concedendo loro vantaggi esclusivi come la possibilità di fregiarsi del marchio “Prime”, la visibilità prioritaria negli eventi promozionali più rilevanti (dal Prime Day al Black Friday) e una posizione di favore nella cosiddetta Buy Box.
Questo meccanismo avrebbe di fatto spinto i venditori a privilegiare i servizi di Amazon, scoraggiando la concorrenza di operatori logistici indipendenti e riducendo lo spazio per altre piattaforme di e-commerce. Una strategia, secondo l’Antitrust, che consolidava ulteriormente la posizione dominante di Amazon nel mercato italiano.
Amazon ha sempre respinto le accuse, definendo la multa “ingiustificata e sproporzionata” e sostenendo che i propri servizi rappresentassero un valore aggiunto per venditori e consumatori.
Da qui la decisione di ricorrere al TAR, che ora ha accolto parzialmente le argomentazioni dell’azienda, pur senza ribaltare il quadro delle violazioni.
Il contesto europeo e le indagini parallele su Amazon
Il caso italiano non è stato un episodio isolato, tant’è che già nel 2020 la Commissione Europea aveva avviato due indagini parallele su Amazon.
La prima riguardava l’uso dei dati riservati dei venditori che operavano sulla piattaforma, con l’accusa di utilizzarli per avvantaggiare le proprie linee di vendita al dettaglio.
La seconda si concentrava proprio sui presunti favoritismi concessi ai venditori che sceglievano FBA, un tema che si sovrapponeva direttamente all’istruttoria italiana.
Queste mosse si collocavano all’interno di un quadro più ampio di crescente attenzione verso i “gatekeeper digitali”, con Bruxelles intenzionata a definire regole più severe per limitare gli abusi di posizione dominante e riequilibrare i rapporti di forza tra colossi americani e mercato europeo.
In questo senso, la sanzione comminata a Roma nel 2021 è stata letta come un segnale forte, capace di anticipare la stretta che l’Unione Europea avrebbe codificato con il Digital Markets Act.
Una multa storica che resta simbolica
Nonostante il ridimensionamento deciso dal TAR del Lazio, la cifra finale sarà comunque tra le più alte mai imposte a una Big Tech in Europa.
Soprattutto mantiene intatta la portata simbolica della vicenda, confermando che l’Antitrust italiano ha colto un comportamento anticoncorrenziale, e che il suo operato probabilmente cambierà il modo in cui Amazon potrà operare nel Paese.
La decisione di annullare l’aumento del 50% mostra però anche i limiti della discrezionalità con cui le autorità possono calcolare le sanzioni.
Al momento Amazon non ha rilasciato commenti ma la storia non è conclusa: l’azienda potrebbe ancora giocarsi ulteriori carte legali, mentre i regolatori continueranno a monitorare l’effettiva implementazione dei rimedi imposti.
Quel che resta è l’immagine di un braccio di ferro lungo sei anni, che ha visto un’autorità nazionale, quella italiana, assumere un ruolo di avanguardia nel tentativo di riequilibrare i rapporti di forza con uno dei colossi più potenti del pianeta digitale.
Un precedente che peserà nelle stanze di Bruxelles e che segnerà probabilmente le prossime mosse nei confronti degli altri grandi attori del mercato globale. Con le inevitabili ripercussioni sui rapporti con gli Stati Uniti di Trump, poco incline ad accettare limitazioni verso le sue aziende.


