Amazon pagherà 2,5 miliardi per chiudere il caso Prime negli USA

by | 28 Set 2025 | Legal

andrew ferguson, presidente della Federal Trade Commission. | Foto: Patrick Farrell/The Knight Foundation
Tempo di lettura: 3 minuti

Amazon ha accettato di pagare fino a 2,5 miliardi di dollari per chiudere la disputa con la Federal Trade Commission (F.T.C.) legata al suo programma Prime.

L’accusa? Avere spinto decine di milioni di clienti verso un abbonamento non sempre voluto e aver reso complicata la procedura di cancellazione.

La vicenda, iniziata con una causa avviata nel 2023, è arrivata fino al processo di Seattle prima che le parti trovassero un’intesa extragiudiziale.

Con questa mossa, Amazon chiude uno dei contenziosi più rilevanti della sua storia, sia per la cifra record (una delle più alte mai ottenute dalla F.T.C.), sia perché colpisce direttamente il cuore del suo modello di business.

Prime non è solo un abbonamento: è la chiave di volta di un ecosistema che fidelizza centinaia di milioni di consumatori in tutto il mondo.

Il valore di prime per Amazon

Negli Stati Uniti, circa 200 milioni di persone utilizzano Prime. Solo nel 2024, gli abbonamenti hanno generato oltre 44 miliardi di dollari.

Il vero valore per Amazon non sta però tanto nella quota annuale pagata dagli iscritti, quanto nei comportamenti d’acquisto: i membri Prime spendono di più, comprano più spesso e si lasciano coinvolgere dai servizi collaterali come lo streaming video. Per questo la causa ha avuto un peso strategico. La F.T.C. non ha contestato il servizio in sé, bensì le modalità con cui il gigante tecnologico avrebbe “indotto” gli utenti all’iscrizione.

Il concetto chiave è quello dei cosiddetti “dark pattern”, schemi di design delle interfacce che spingono inconsciamente le persone a compiere azioni che non avrebbero scelto in piena consapevolezza.

Un esempio emblematico è stato portato davanti al tribunale: quando un cliente tentava di acquistare un prodotto, la pagina mostrava un grande pulsante arancione con la scritta “Ottieni consegna gratuita in giornata”, che però comportava automaticamente l’iscrizione a Prime.

L’unico modo per evitarla era cliccare su “No grazie, non voglio la consegna gratuita”, che però era un link minuscolo e poco visibile.

Le accuse e la difesa di Amazon

Amazon ha sempre sostenuto che queste pratiche siano in linea con lo standard del settore, ma in aula la testimonianza di un ex dipendente ha rafforzato la posizione della F.T.C.

L’uomo ha dichiarato che l’azienda era consapevole che alcuni utenti si iscrivevano a Prime senza rendersene conto. Una rivelazione questa che ha pesato sul prosieguo del processo e che ha contribuito ad accelerare i negoziati verso un accordo.

L’intesa prevede 1 miliardo di dollari in sanzioni civili e tra 1 e 1,5 miliardi di rimborsi diretti ai consumatori. Ogni cliente potrà ricevere fino a 51 dollari se dimostrerà di essere stato iscritto a Prime attraverso le modalità contestate.

Non solo: Amazon notificherà attivamente i clienti che potrebbero avere diritto al rimborso, invitandoli a presentare richiesta se ritengono di essersi iscritti inconsapevolmente o di aver cercato di cancellare senza riuscirci a causa di offerte proposte durante la procedura di recesso.

L’ammontare complessivo dei rimborsi varierà in base al numero di domande presentate.

Un accordo che fa scuola

Dal punto di vista politico, l’accordo dimostra che la F.T.C., guidata dal repubblicano Andrew Ferguson, non ha intenzione di allentare la pressione sui giganti del digitale. Nonostante i tentativi di Amazon di mostrarsi collaborativa, la Commissione ha insistito sul fatto che “non si può farla franca con questo tipo di condotta”.

Le critiche, però, non si sono fermate qui. Alcuni esperti hanno giudicato la sanzione insufficiente: “Gente comune andrebbe in prigione per questo tipo di frode, ma Amazon e i suoi dirigenti possono cavarsela scrivendo un assegno e saltando il processo”, ha commentato ad esempio Nidhi Hegde, direttrice dell’American Economic Liberties Project.

Resta il fatto che la decisione segna una tappa significativa nella storia dei rapporti tra le grandi piattaforme tecnologiche e i regolatori statunitensi. Per Amazon, significa archiviare una vicenda potenzialmente devastante sotto il profilo reputazionale, soprattutto alla vigilia della stagione natalizia.

Per la F.T.C., è la conferma di un approccio sempre più deciso nel contrastare pratiche scorrette e, più in generale, nel voler ridimensionare l’influenza dei giganti del digitale sulla vita quotidiana dei consumatori.

L’altra causa ancora aperta

La vicenda Prime, però, è solo un tassello di un mosaico più ampio. La F.T.C. ha infatti ancora aperto un procedimento antitrust contro Amazon per le pratiche sul marketplace, accusando l’azienda di penalizzare i venditori terzi e favorire i propri servizi a scapito della concorrenza.

Anche in questo caso Amazon respinge le accuse ma la posta in gioco è ben più alta: parliamo infatti non solo del modello Prime, bensì dell’intero ecosistema commerciale che ha reso la società di Seattle il punto di riferimento globale dell’e-commerce.

È su questo fronte che si giocherà la prossima partita tra Amazon e regolatori. E se l’accordo da 2,5 miliardi serve a chiudere rapidamente una ferita reputazionale, la prossima battaglia antitrust potrebbe ridisegnare le regole del commercio digitale per gli anni a venire.

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