L’Europa verso una nuova stagione di deregolamentazione?

by | 18 Nov 2025 | Politica, Tech War

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea
Tempo di lettura: 3 minuti

Per più di dieci anni l’Europa è stata la capitale mondiale della regolazione tecnologica, un laboratorio normativo che ha imposto alle Big Tech standard rigidi su privacy, antitrust e responsabilità dei contenuti.

Adesso lo scenario sta cambiando e Bruxelles starebbe preparando un pacchetto di “semplificazione digitale” che segnerebbe un’inversione di tendenza: non una resa ma il ripensamento di un modello che molti considerano ormai troppo gravoso per un’economia che fatica a restare competitiva.

La spinta arriva in un contesto politico mutato. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha avviato una stagione più ampia di deregolamentazione, in continuità con l’uscita di scena di figure chiave come Margrethe Vestager, protagonista della lunga offensiva contro Amazon, Apple, Google e Meta.

Le bozze circolate nelle ultime settimane, e visionate dal New York Times, mostrano un’Unione Europea consapevole dei propri limiti industriali e più attenta a non frenare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

La giungla normativa e il rischio di perdere terreno

All’origine del cambiamento c’è un malessere crescente tra aziende e policymaker. Aura Salla, eurodeputata finlandese (ma anche ex lobbista di Meta), parla apertamente di una “giungla” di norme sovrapposte che rallentano l’innovazione e spingono imprese e talenti altrove.

La critica non arriva solo dalle Big Tech statunitensi: anche colossi europei come Airbus, ASML e Mercedes-Benz hanno chiesto di diluire i tempi dell’AI Act, preoccupati che l’eccesso di burocrazia renda impossibile competere con Stati Uniti e Cina.

Il nuovo pacchetto prevede modifiche mirate al GDPR per permettere un uso più ampio dei dati, anche sensibili, nello sviluppo di modelli di intelligenza artificiale.

Uno degli interventi più discussi riguarda il concetto stesso di “dato personale”, destinato a essere ridefinito per facilitare la vendita di informazioni raccolte online. Bruxelles valuta inoltre di rinviare almeno al 2027 le regole dell’AI Act sugli usi “ad alto rischio”, come l’assunzione del personale o la valutazione scolastica, per evitare blocchi operativi.

Non mancano interventi più tangibili per i cittadini, come la riduzione della proliferazione dei pop-up di consenso sui siti web: le preferenze sulla privacy potranno essere impostate direttamente nel browser, senza dover rispondere a richieste continue.

Le tensioni interne all’Europa

La riflessione europea non avviene nel vuoto. Diversi leader politici statunitensi, a partire dall’amministrazione Trump, accusano da anni le regole Ue di colpire in modo sproporzionato le aziende americane. Ma dentro Bruxelles la discussione è più divisiva.

Alcuni osservatori vedono nel cambio di rotta un atto necessario per invertire la rotta di un continente che investe poco sulle start-up e ospita pochissime aziende capaci di competere su scala globale. Altri temono che l’Ue stia cedendo proprio nella fase in cui Stati Uniti e Cina consolidano nuovi equilibri tecnologici.

Mathias Vermeulen, cofondatore della società di consulenza AWO, parla apertamente di una “completa inversione a U”, avvertendo che la regolazione tecnologica sta diventando un capro espiatorio della debolezza economica europea. La sua preoccupazione è che un allentamento della vigilanza finisca per favorire soprattutto le Big Tech americane e cinesi.

Brando Benifei, europarlamentare italiano in quota PD che ha contribuito a redigere l’AI Act, mette in guardia da una “agenda deregolatoria al ribasso”, insistendo che l’opposizione tra innovazione e regolazione è «una falsa dicotomia”.

La vigilanza non scompare

Nonostante il nuovo clima, la Commissione non ha intenzione di abbandonare del tutto il proprio ruolo di controllore. Restano infatti intatti i due pilastri più controversi per le Big Tech: il Digital Markets Act, che limita il potere dei cosiddetti ‘gatekeeper’ del web, e il Digital Services Act, che impone alle piattaforme un controllo rigoroso dei contenuti dannosi.

Nel frattempo proseguono i grandi procedimenti in corso: Apple è stata multata per 500 milioni di euro per pratiche anticoncorrenziali, X è sotto indagine per la gestione della moderazione dei contenuti e Google deve rispondere sulle sue politiche di ranking nella ricerca. Ma il tono generale è diverso. Bruxelles non vuole più essere solo il vigilante globale del digitale.

Alla base c’è la consapevolezza che l’Europa rischia di perdere terreno in modo strutturale: lo ha ricordato anche Mario Draghi, parlando di una minaccia “esistenziale” senza riforme profonde.

Per questo il commissario Michael McGrath ha definito le nuove misure un modo per “ridurre gli oneri amministrativi” e correggere duplicazioni che soffocano la capacità delle aziende europee di crescere. Basterà un allentamento nomrativo a renderci competivivi con Stati Uniti e Cina?

Fonte: The New York Times

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