Un messaggio in-app ha scatenato il panico. Con la chiusura dell’accordo che ha trasferito TikTok sotto il controllo americano, milioni di utenti statunitensi si sono ritrovati infatti davanti alla nuova privacy policy della piattaforma. E quello che hanno letto li ha terrorizzati.
La policy afferma infatti che TikTok potrebbe raccogliere informazioni sensibili, inclusi “vita sessuale od orientamento sessuale, status di persona transgender o non-binary, cittadinanza o status di immigrazione”.
L’ironia è evidente: la piattaforma era appena passata sotto proprietà americana proprio per proteggere i cittadini dalla sorveglianza cinese. E ora quegli stessi cittadini temono il proprio governo.
I social si sono riempiti di avvertimenti, minacce di cancellare l’account, teorie su schedature di massa. Ma la realtà è più banale.
Cosa dice la policy di TikTok
Il linguaggio che ha fatto scattare l’allarme non è nuovo. Compariva già nella privacy policy di TikTok aggiornata il 19 agosto 2024, mesi prima del cambio di proprietà. Ciò non significa che l’app stesse attivamente raccogliendo dati sull’immigrazione dei propri utenti. È legalese californiano.
La normativa sulla privacy della California, in particolare il California Consumer Privacy Act, impone infatti alle aziende di dichiarare esplicitamente quali categorie di “informazioni sensibili” potrebbero essere processate. E la legge AB-947, firmata dal governatore Gavin Newsom l’8 ottobre 2023, ha aggiunto specificamente “cittadinanza e status di immigrazione” a quell’elenco.
“TikTok è obbligata da queste leggi a notificare gli utenti che le informazioni personali sensibili vengono raccolte, come vengono usate, e con chi vengono condivise,” spiega a TechCrunch Jennifer Daniels, partner dello studio legale Blank Rome.
In altre parole: se qualcuno pubblica un video in cui parla del proprio status migratorio, quel contenuto viene tecnicamente “processato” dalla piattaforma. La policy lo dichiara per conformità legale, non perché TikTok stia costruendo database di immigrati.
Il contesto che alimenta la paura
Ma allora perché il panico? Perché le parole “immigration status” sono diventate radioattive nell’America di oggi.
L’escalation dell’enforcement migratorio sotto l’amministrazione Trump ha trasformato l’ICE (l’Immigration and Customs Enforcement, ossia l’agenzia federale che si occupa di immigrazione e dogane), in una presenza militarizzata nelle città americane.
In Minnesota le tensioni sono ormai fuori controllo: venerdì scorso centinaia di attività commerciali hanno chiuso i battenti in un “blackout economico” per protestare contro la presenza dell’ICE nello stato. La settimana prima, un agente dell’agenzia ha ucciso Renée Good, cittadina americana di 37 anni, durante un’operazione a Minneapolis.
NO ONE is talking about Tiktok’s latest update on their terms and services
-tracks your citizenship/immigration status
-Religious beliefs
-mental and physical health diagnosis
-your race
-if you’re TRANS or NONBINARY
-sexual preferences and orientation pic.twitter.com/ZOTu82Wja5— GEEDEE (@GEEDEEzNutz) January 23, 2026
In questo clima, qualsiasi menzione di “status di immigrazione” in un documento ufficiale diventa un segnale d’allarme. Non importa che sia una clausola di rito presente in decine di altre privacy policy. La paura è reale, anche se il pericolo specifico non lo è.
Le privacy policy però non sono scritte per gli utenti: sono scritte per avvocati e regolatori. “Policy come questa spesso sembrano allarmanti perché sono pensate per i contenziosi, non per i consumatori ordinari”, spiega Ashlee Difuntorum, avvocato civilista con esperienza nel settore tech. “Il linguaggio può comprensibilmente sembrare intrusivo quando è esposto così brutalmente”.
TikTok ha scelto la massima trasparenza legale, elencando ogni singola categoria di dati sensibili definita dalla legge californiana. Altre piattaforme, come Meta, hanno invece formulazioni simili ma meno esplicite.
La minaccia nelle proprie strade
Il vero tema, però, va oltre TikTok. Le piattaforme social raccolgono enormi quantità di dati, e qualsiasi governo può emanare leggi per accedervi. La proprietà americana non elimina questo rischio: lo sposta da Pechino a Washington. Quello che è cambiato, in pochi mesi, è la percezione di quale sia la minaccia.
Le leggi cinesi sulla sicurezza nazionale (la National Intelligence Law del 2017 e la Data Security Law del 2021) erano il fantasma che aveva spinto il Congresso a forzare la vendita di TikTok. Oggi quel fantasma sembra lontano.
Più vicine sono invece le immagini di Greg Bovino, il comandante della Border Patrol diventato volto delle operazioni ICE, che sfila per Minneapolis con un cappotto militare verde che ha fatto il giro dei social per la sua inquietante somiglianza con le uniformi naziste.
E che opera col grado di “commander at large”, un titolo inventato ad hoc, che non esiste nell’organigramma ufficiale, riferendo direttamente alla segretaria della Homeland Security Kristi Noem.
Non è insomma più la Cina a spaventare gli americani. È quello che vedono nelle proprie strade.
Fonte: TechCrunch


