I CEO della Silicon Valley alla première di Melania; la base si ribella

by | 27 Gen 2026 | Politica

Scene di guerriglia urbana a Minneapolis. | Foto: Chad Davis
Riassunto IA
  • Sabato sera i CEO di Amazon, Apple e AMD erano a Washington per la proiezione del documentario su Melania Trump, mentre a Minneapolis agenti ICE uccidevano due manifestanti americani.
  • Una lettera aperta (ICEout.tech) ha raccolto oltre 500 firme di lavoratori tech che chiedono la cancellazione dei contratti con l’agenzia federale per l’immigrazione.
  • Dario Amodei di Anthropic è l’unico CEO di peso ad aver condannato pubblicamente gli eventi, mentre i vertici delle altre Big Tech tacciono
Tempo di lettura: 3 minuti

Sabato sera a Washington, i vertici della Silicon Valley si sono riuniti per assistere alla proiezione di “Melania”, il documentario prodotto da Amazon Prime Video che racconta la vita della first lady, dalla giovinezza in Slovenia fino alla Casa Bianca. In sala c’erano Andy Jassy, CEO di Amazon, Tim Cook di Apple, Lisa Su di AMD.

A migliaia di chilometri di distanza, a Minneapolis, la scena era un’altra: poche ore prima, agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale per l’immigrazione al centro delle politiche più controverse dell’amministrazione Trump, avevano appena sparato e ucciso Alex Pretti, un infermiere di terapia intensiva di 37 anni. Pochi giorni prima era stata uccisa un’altra manifestante, Renee Good.

Ma mentre i CEO brindavano con la first lady, un coro crescente di loro dipendenti composto da dirigenti, investitori e ingegneri, iniziava a prendere posizione contro l’amministrazione.

LA rivolta della base

“Ogni persona, indipendentemente dall’affiliazione politica, dovrebbe denunciare questo”, ha scritto Jeff Dean, chief scientist di Google DeepMind e storico dirigente dell’azienda, definendo l’uccisione “assolutamente vergognosa”.

Nel giro di poche ore è comparsa online una lettera aperta, ICEout.tech, che ha rapidamente raccolto oltre 500 firme tra ingegneri, venture capitalist e lavoratori del settore. Le richieste: che l’industria pretenda il ritiro degli agenti ICE dalle città americane, che vengano cancellati i contratti con l’agenzia, e che nessuno resti in silenzio, anche se politicamente rischioso.

“Ogni giorno ci viene chiesto di riporre la nostra fiducia nelle aziende tecnologiche, che plasmano le nostre vite in modi profondi”, ha detto Galen Panger, ricercatore di YouTube tra i firmatari. “Ma quale futuro ci stanno chiedendo di immaginare adesso?”.

Katie Jacobs Stanton, venture capitalist ed ex dirigente di Twitter e Google, ha rincarato: “Parlare a favore dei diritti umani e della difesa della nostra democrazia non dovrebbe essere difficile. A cosa serve il potere e il privilegio se non lo si usa quando conta di più?”.

L’allineamento dei vertici

Le proteste ricordano un’era che sembrava tramontata. Quando Trump venne elleto la prima volta nel 2017, i lavoratori tech si organizzarono apertamente contro l’amministrazione, e aziende come Google furono teatro di mobilitazioni interne. Ma negli anni successivi il vento è cambiato.

Elon Musk, Marc Andreessen, Tim Cook, Mark Zuckerberg, Jensen Huang: i nomi più potenti della Silicon Valley hanno costruito relazioni politiche con i conservatori, calcolando i vantaggi per le loro aziende.

Come avevamo raccontato pochi giorni fa, il biglietto d’ingresso alla corte trumpiana ha un costo preciso: donazioni milionarie, investimenti annunciati in pompa magna, e una fedeltà da rinnovare costantemente. Alcuni giganti tech hanno represso i dipendenti che esprimevano opinioni politiche, licenziando chi violava le nuove regole.

Nel frattempo, aziende specializzate in tecnologia per la difesa come Palantir e Anduril hanno ottenuto contratti federali sempre più consistenti. Greg Brockman, co-fondatore di OpenAI, e sua moglie Anna hanno donato complessivamente 25 milioni di dollari a MAGA Inc., il super PAC pro-Trump.

David Hornik, partner di Lobby Capital e critico dell’amministrazione, inquadra così la situazione parlando col New York Times: “Hanno contribuito a far eleggere questa amministrazione e poi l’hanno aiutata a devastare le norme del governo democratico statunitense. Francamente, siamo in una situazione causata da loro”.

La frattura interna

Ora quella strategia di allineamento mostra le sue crepe. All’interno di Anthropic, Google, Meta e OpenAI, secondo quattro fonti a conoscenza delle discussioni e riprese dal NYT, alcuni dipendenti stanno valutando se chiedere ai vertici di rivedere gli accordi con appaltatori militari e aziende della difesa come Palantir, la cui tecnologia supportano operazioni come quelle di Minneapolis.

La maggior parte dei CEO tace. Amazon, Apple, Google, Nvidia, SpaceX, Andreessen Horowitz e OpenAI non hanno infatti risposto alle richieste di commento del quotidiano newyorkese. Meta ha rifiutato di commentare.

L’eccezione è Dario Amodei, CEO di Anthropic, che ieri ha definito gli eventi del Minnesota un “orrore”, collegandoli alla necessità di “preservare i valori e i diritti democratici in patria”. Una portavoce dell’azienda ha precisato che Anthropic non ha contratti con l’ICE.

Fonte: The New York Times

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