I soldati ucraini conoscono bene lo Shahed. Emette un suono basso, costante e annuncia qualcosa di molto più pericoloso di quanto la sua modestia tecnica lasci intuire.
Ora quello stesso ronzio lo si sente nel Golfo Persico, dove gli alleati americani stanno affrontando le ritorsioni iraniane dopo gli attacchi israeliano-statunitensi sull’Iran.
Migliaia di droni lanciati. Sistemi di difesa sotto pressione. E una domanda che si fa sempre più concreta: quanto a lungo reggeranno le difese?
Shahed: il ronzio che fa paura
Gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito una risposta parziale. Su 941 droni iraniani rilevati dall’inizio del conflitto, 65 sono caduti nel loro territorio, colpendo porti, aeroporti, hotel e data center.
È un tasso di intercettazione che potrebbe sembrare rassicurante. Ma non lo è, se si guarda alla logica sottostante. Lo Shahed-136 è, sulla carta, un’arma di second’ordine.
Vola basso e lento, trasporta un carico esplosivo relativamente modesto (tra i 30 e i 50 chili), ed è limitato principalmente a obiettivi fissi. Un analista lo ha definito “il missile da crociera dei poveri.” È proprio lì che sta il punto.
La matematica dell’asimmetria
Un drone Shahed costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari. Un intercettore dei sistemi di difesa aerea usati dagli stati del Golfo e da Israele, come il Patriot, costa tra i 3 e i 12 milioni di dollari. Il rapporto è di uno a duecento, nel caso migliore.
Ogni volta che una difesa aerea abbatte uno Shahed, insomma, spende molto più di quanto ha distrutto.
“Lo Shahed-136 ha consentito a stati come Russia e Iran un modo economico per imporre costi sproporzionati,” spiega Patrycja Bazylczyk del Center for Strategic and International Studies di Washington. “Obbligano gli avversari a sprecare intercettori costosi per abbattere droni economici, proiettano potenza e creano un peso psicologico costante sulle popolazioni civili.”
La strategia di Teheran è chiara: non vincere con un colpo decisivo, ma logorare. Consumare le scorte di intercettori, che non sono infinite, aprendo poi la strada a offensive più pesanti con missili balistici, ben più costosi e difficili da produrre in serie, ma anche molto più letali.
“La logica è di consumare i droni nelle fasi iniziali, preservando i missili balistici per il lungo periodo,” conferma Bazylczyk. Un analista dell’Atlantic Council è più diretto: i paesi del Golfo rischiano di esaurire i propri intercettori se non imparano a essere più selettivi nell’uso.
L’esaurimento non è imminente ma gli attacchi coordinati con gli alleati iraniani (Hezbollah e Houthi), potrebbero accelerare i tempi drasticamente.
Da Teheran a Mosca (e ritorno)
Lo Shahed-136 non è un’arma nata sul campo. È stato presentato intorno al 2021, ma è l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ad averlo portato all’attenzione del mondo. Mosca ha ricevuto dall’Iran migliaia di esemplari, li ha studiati, e ha cominciato a produrli in proprio sulla base dei progetti originali.
Non è un semplice acquisto d’armi: è un trasferimento tecnologico, con feedback bellico reale incorporato. Perché il campo ucraino ha insegnato molto. Russia e Iran hanno aggiornato lo Shahed con navigazione resistente alla guerra elettronica e nuove testate, ricavando lezioni direttamente dallo scontro con le difese occidentali.
Il raggio operativo delle versioni più avanzate arriva oggi a circa 1.900 chilometri. E il cerchio sembra chiudersi in modo del tutto imprevisto: il CENTCOM ha confermato che negli attacchi all’Iran dello scorso fine settimana gli Stati Uniti hanno impiegato per la prima volta in combattimento droni ad attacco unidirezionale a basso costo modellati proprio sullo Shahed.
L’America ha copiato l’arma del nemico. È la validazione più eloquente della sua efficacia.
Washington ha tentato di interrompere la produzione iraniana con sanzioni mirate contro fornitori di componenti in Turchia e negli Emirati. Ma l’esperienza russa dimostra che questi sistemi possono essere fabbricati su larga scala anche in tempo di guerra e sotto embargo.
Funzionari statunitensi stimano che l’Iran abbia già lanciato oltre 2.000 droni nel conflitto, e che la capacità produttiva del paese consenta di rimpiazzarli a centinaia ogni settimana.
Il gap che non si colma in fretta
L’Ucraina, sotto pressione costante, ha sviluppato risposte più efficienti: abbatte i droni con il fuoco dei cannoni dei caccia (molto meno costoso degli intercettori) e produce in serie intercettori economici propri.
Il Pentagono e almeno un governo del Golfo starebbero già trattando l’acquisto di questi sistemi ucraini. Il Qatar utilizza invece i propri caccia in coordinamento con le difese terrestri. La guerra elettronica contro il GPS dello Shahed e i sistemi ad energia diretta, come l’Iron Beam israeliano, offrono alternative più sostenibili economicamente.
Eppure il problema rimane. Gli stati del Golfo mancano ancora di sistemi anti-drone rapidi e ad alto volume, capaci di gestire sciami massicci senza esaurire risorse preziose.
Svilupparli e dispiegarli richiederà anni, non mesi. Nel frattempo, come ricorda un analista dell’Atlantic Council, anche i paesi che ospitano basi statunitensi (Bahrein, Kuwait, Emirati) e beneficiano della protezione americana diretta, restano esposti a fronte di attacchi prolungati e su più fronti.
Lo Shahed non è un’arma straordinaria. È un’arma che ha trasformato una limitazione (il costo, la semplicità, la producibilità) in una leva strategica. E ha dimostrato che nella guerra moderna, chi non può permettersi il meglio può comunque riuscire a fare molto male.
Fonte: CNBC


