Nessuno s’aspetta che i politici siano coerenti. Dire oggi l’opposto di quello s’è detto ieri, fingendo che l’ultima opinione espressa sia quella che si è sempre sostenuta, fa parte del loro mestiere.
Cambiare casacca, salire sul carro del vincitore, scendere da quello del perdente, è probabilmente insito nel loro DNA.
E ciò accade anche per colpa nostra, perché con la scarsa memoria collettiva che dimostriamo a ogni tornata elettorale, finiamo per premiare persone che andrebbero semplicemente messo di fronte alle loro incoerenze.
Eppure, nonostante si sappia tutti come gira il mondo, ci sono ancora notizie che, mentre le si scrive, ancora ci si meraviglia di restarne sorpresi.
L’ipocrisia del TikTok-ban
Su queste pagine abbiamo più volte messo a nudo l’ipocrisia del provvedimento firmato da Biden (ma approvato da ambo gli schieramenti) per bandire di fatto il social network cinese dal territorio americano.
Sarebbe bastata da parte della classe politica americana l’ammissione non volere sul suolo patrio un social network che non le permetta di controllare la narrazione (della politica, dei fatti), e ce ne faremmo una ragione.
Capiamo tutti benissimo che un conto è alzare la cornetta e dire a Zuckerberg cosa è permesso scrivere sui suoi social e cosa invece va bandito, un altro è provare a farlo con una multinazionale cinese.
Quando però si vuole imputare all’app di ByteDance (e solo ad essa) ogni tipo di malefatta, mentre dall’altra parte i Big Tech statunitensi vengono regolarmente colti con la mani nella marmellata dai loro stessi enti regolatori e/o dai giudici, diventa un po’ più difficile mantenere l’aplomb.
Chi disprezza compra
Veniamo così all’articolo del Washington Post, che segnala come TikTok sia ormai diventato uno strumento imprescindibile per molti candidati alle elezioni statunitensi del 2024, anche per coloro che hanno sostenuto l’idea di bandire l’app dal territorio nazionale.
Secondo, infatti, il rapporto del German Marshall Fund, i candidati federali e statali che si affidano alla popolare piattaforma cinese sono oggi circa 250, corrispondenti al 27% del totale.
Il che è un aumento sensibile rispetto al 23% registrato nelle elezioni di metà mandato del 2022, che rivela un’evidente tendenza all’espansione di TikTok anche tra le figure politiche di spicco.
Lindsay Gorman, senior fellow del German Marshall Fund, ha commentato questa tendenza affermando che la politica statunitense sta “cercando di tenere il piede in due staffe”: se TikTok fosse effettivamente una minaccia per la sicurezza nazionale, il suo utilizzo da parte dei leader dovrebbe essere evitato.
La realtà però dimostra che i social media, e TikTok in particolare, hanno una capacità senza pari di attrarre elettori giovani e giovanissimi. E alla fine ogni voto conta…
L’effetto “Kamala Harris” e l’esempio di Biden
L’ondata di candidati che si sono uniti a TikTok durante la scorsa estate sembra essere stata influenzata dalla decisione della vicepresidente Kamala Harris di candidarsi alla presidenza.
Harris e l’ex presidente Donald Trump, anch’essi attivi sulla piattaforma, hanno creato una sorta di effetto domino che ha reso TikTok un mezzo considerato “permissibile” anche per altri politici.
In precedenza, era stato il presidente Joe Biden a rompere il ghiaccio iscrivendosi alla piattaforma a febbraio, aprendo così la strada a ulteriori iscrizioni da parte di figure pubbliche.
In tal caso è giusto ricordare che mentre la Harris non si è mai schierata apertamente contro TikTok, Trump lo ha prima condannato e poi difeso, mentre Biden ha firmato il cosiddetto TikTok ban in nome della sicurezza nazionale ad aprile.
Usare un social che si vuole bandire
TikTok mette anche a nudo una frattura a livello politico: i candidati democratici con un account TikTok sono oltre il doppio dei repubblicani, una tendenza già osservata nelle elezioni del 2022.
In particolare, molti dei democratici che utilizzano il social media sono figure molto seguite, come i deputati Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Adam Schiff, così come i senatori Bob Casey e Kirsten Gillibrand.
Schiff, Casey e Gillibrand si sono detti favorevoli alla normativa per regolare TikTok, mentre altre figure, pur utilizzando l’app per scopi elettorali, si sono opposte a ogni forma di intervento legislativo.
Il rapporto del German Marshall Fund rivela poi un paradosso intrigante: almeno 32 membri del Congresso che in passato hanno votato per forzare la vendita di TikTok o per vietarne l’uso negli Stati Uniti, sono ora attivi sulla piattaforma.
La critica verso TikTok è storicamente trainata dal partito repubblicano ma il tema è stato recentemente adottato anche da alcuni settori democratici.
Un’ambivalenza che sembra riflettere il delicato equilibrio tra la ragione di Stato e la necessità di sfruttare un mezzo di comunicazione popolare.


