“La sfida del consumo d’acqua per i data center è in gran parte risolta”. A pronunciare la frase, alla London Climate Week, è Josh Parker, chief sustainability officer di Nvidia.
Il punto è chi la pronuncia. Nvidia non gestisce data center: vende i chip che li riempiono, e quei chip alimentano la domanda di calcolo all’origine del problema idrico. Il produttore dominante del settore dichiara così chiuso un capitolo che ha contribuito ad aprire.
L’annuncio arriva mentre Google e Amazon difendono le proprie pratiche di consumo d’acqua davanti a un’opposizione locale crescente, e le aziende tecnologiche ripetono che i guadagni di efficienza basteranno ad attenuare l’impatto ambientale della corsa all’IA.
Nvidia va oltre e sostiene che i sistemi di prossima generazione possano cambiare del tutto l’equazione del raffreddamento.
Come funziona il raffreddamento di Nvidia
Il meccanismo ha basi concrete. Il refrigerante di Nvidia è una miscela ricircolata di acqua e glicole propilenico, simile all’antigelo delle automobili, capace di funzionare fino a 45 gradi.
Operando a temperature più alte rispetto ai sistemi precedenti, permette ai data center di ridurre il ricorso agli impianti di refrigerazione che divorano energia e acqua, oppure di eliminarli del tutto.
Il merito tecnico esiste, e lo riconosce un osservatore interno al settore. “Sarebbe un grande risultato per tutti se riuscissimo a far funzionare così tutti i chip”, ha dichiarato Steve Solomon, vicepresidente dell’ingegneria dei data center di Microsoft.
Secondo Solomon, la tecnologia potrebbe rendere superfluo qualsiasi refrigeratore meccanico nella maggior parte dei climi e per gran parte dell’anno, anche in luoghi caldi come l’Arizona.
Il verbo, però, resta al condizionale perché tra la promessa e i fatti, si frappongono alcune incognite. I nuovi sistemi impiegheranno anni a diffondersi, mentre la maggior parte dei data center esistenti continuerà a girare con tecnologie di raffreddamento più vecchie.
Nvidia ha inoltre rifiutato di indicare i costi dei propri impianti, e il ritmo di adozione dipenderà dalla convenienza economica delle strutture progettate per il raffreddamento interamente a liquido. Il “risolto” è quindi coniugato al presente ma la realtà che descrive appartiene a un futuro che non si sa quanto prossimo.
A chi conviene dichiarare chiuso il dibattito
Presentare il problema idrico come “in gran parte risolto”, serve a disinnescare l’opposizione che blocca permessi e autorizzazioni. Negli Stati Uniti la resistenza locale ai data center è ormai un fattore industriale a tutti gli effetti, con oltre duecento organizzazioni che hanno chiesto al Congresso di fermare le nuove autorizzazioni, come abbiamo scritto.
E il tema tocca anche l’Italia. La Lombardia ospita già 67 dei 168 data center attivi nel Paese e raccoglie il 63% delle nuove richieste di autorizzazione, con una decina di impianti in costruzione e oltre venti in valutazione nella sola area milanese. La domanda riguarda l’energia: la regione consuma più elettricità di quanta ne produca e dipende ancora in larga parte dal gas. Resta dunque da capire con quale corrente verrebbero alimentati i nuovi centri di calcolo, come abbiamo raccontato.
L’innovazione di Nvidia può ridurre davvero l’acqua e l’energia per ogni sistema IA. Ma gli stessi guadagni accelerano la costruzione di nuove infrastrutture, allargando l’impronta complessiva del settore. Il consumo per i chip quindi potrà anche scende, ma il numero di data center è destinato a salira. La somma resta dunque ancora da quantificare.
Fonte: Axios


