Nicola Caputo è un politico italiano con una lunga carriera a livello locale, nazionale ed europea. Laureato in Economia a Napoli, ha iniziato la sua attività politica negli anni ’90 come consigliere comunale e assessore.
È stato consigliere regionale della Campania dal 2005 al 2014 e deputato europeo dal 2014 al 2019 per il Partito Democratico. Nel Parlamento Europeo si è occupato principalmente di agricoltura e sviluppo rurale.
Nel 2019 Nicola Caputo è passato a Italia Viva e ha assunto il ruolo di consigliere del presidente campano Vincenzo De Luca per l’agricoltura e gli affari europei, diventando poi assessore regionale all’Agricoltura nel 2020.
Tra i temi che gli sono più familiari spiccano agricoltura sostenibile, sicurezza alimentare e politiche per il Sud Italia.
Nel corso dello Huawei Connect 2024 di Parigi, Nicola Caputo è salito sul palco dell’Innovation Day, nella sua veste di membro e coordinatore del Comitato Europeo delle Regioni (European Committee of the Regions), un organo consultivo dell’Unione Europea che rappresenta gli enti locali e regionali degli Stati membri.
Successivamente, abbiamo avuto modo di intervistarlo per fare il punto delle sfide tecnologiche che deve affrontare l’agricoltura, e il ruolo dell’Europa in un mondo che cambia sempre più velocemente.
La digitalizzazione è una delle priorità dell’Unione Europea e rappresenta un’opportunità fondamentale per le regioni. In che modo il Comitato Europeo delle Regioni (CdR) contribuisce a promuovere e accelerare la transizione digitale a livello locale?
A livello regionale, ogni settore sta lavorando per accelerare le procedure che facilitano la digitalizzazione. Tuttavia, guardando al contesto europeo, gli obiettivi fissati per il 2030 appaiono ancora piuttosto lontani dall’essere raggiunti.
Per quanto riguarda il mio ambito specifico, stiamo intervenendo su due fronti: da un lato, stiamo migliorando l’organizzazione interna della struttura per offrire servizi più efficienti ai nostri utenti; dall’altro, stiamo potenziando l’interfaccia con i nostri principali interlocutori, che sono soprattutto le imprese agricole.
Questo duplice approccio mira a rendere la digitalizzazione uno strumento concreto e accessibile per tutti i settori coinvolti.

Nicola Caputo durante il suo intervento all’Innovation Day di Huawei Connect 2024.
Se dovessimo focalizzarci sull’innovazione, dove sta investendo principalmente la Campania?
Gli investimenti principali riguardano diversi settori strategici. In primo luogo, l’agricoltura, dove stiamo concentrando risorse significative. Anche nella sanità abbiamo fatto grandi passi avanti: per esempio, abbiamo implementato i fascicoli sanitari digitali per i cittadini e adottato un sistema particolarmente avanzato.
Questo settore è una priorità, anche grazie all’impegno del Presidente De Luca, che sta spingendo fortemente sulla digitalizzazione, nella salute pubblica come in altri ambiti.
Un altro settore su cui stiamo lavorando è quello dei trasporti, dove la digitalizzazione è al centro di molti progetti. Inoltre, stiamo promuovendo bandi per facilitare questo processo di innovazione a livello regionale.
Rispetto al suo obiettivo ideale, quanto siete vicini al traguardo?
Credo che siamo ancora al di sotto delle aspettative. Direi che, per quanto mi riguarda, siamo circa a metà strada, ma con l’ambizione di raggiungere i risultati il più rapidamente possibile.
È fondamentale stimolare alcune innovazioni in maniera decisa per accelerare il processo. E un esempio significativo è ciò che è accaduto durante la pandemia di Covid-19. In quel periodo siamo stati costretti ad adattarci rapidamente a nuovi per interfacciarci, come la comunicazione via web, e questo ci ha permesso di compiere enormi passi avanti.
Dobbiamo affrontare la digitalizzazione con lo stesso slancio, specialmente nella gestione delle informazioni e dei dati, che oggi rappresentano il vero valore aggiunto per ogni attività.
Quali differenze vede nel grado di digitalizzazione delle singole regioni italiane?
Il gap da colmare nelle regioni italiane è abbastanza uniforme in tutto il Paese. Tuttavia, posso dire che c’è una forte predisposizione all’argomento da parte delle diverse realtà regionali. Ormai l’importanza della digitalizzazione è ampiamente riconosciuta.
Certo, c’è la necessità di destinare risorse più significative per agevolare questo processo. Un problema che riscontriamo, però, è che non sempre le imprese colgono appieno le opportunità che mettiamo a disposizione. Talvolta risultano essere poco elastiche nel recepire i cambiamenti e nell’adattarsi a queste innovazioni.
Le innovazioni che funzionano meglio sono quelle che nascono dal basso, il cosiddetto “bottom-up”; invece quelle imposte dall’alto, “top-down”, incontrano resistenze. Lei ha riscontrato resistenze culturali all’innovazione e alla digitalizzazione?
Sì, ci sono resistenze culturali, ed è inevitabile.
Se pensiamo ai benefici che l’innovazione, la digitalizzazione e una gestione più moderna e tecnologica dell’impresa agricola possono portare, diventa evidente che molte imprese, purtroppo, non dispongono delle competenze necessarie per facilitare questo processo.
Molti imprenditori non hanno ancora gli strumenti culturali o tecnici adeguati ad affrontare questa trasformazione. Posso però dire che la Campania è la regione che, almeno in Europa e nel mio settore, ha investito di più sui giovani.
Abbiamo promosso l’ingresso di tantissimi giovani in agricoltura, proprio perché riteniamo che siano la chiave per favorire questo cambio culturale. I giovani, infatti, sono più abituati a gestire dispositivi tecnologici e i dati, rendendo più naturale il passaggio verso l’innovazione.
Parliamo di agricoltura, un tema a lei caro. In che modo l’innovazione tecnologica sta trasformando questo settore? E, in particolare, come sono stati inseriti i giovani in agricoltura?
In agricoltura il nostro obiettivo è sviluppare le “smart farm”, ovvero aziende agricole capaci di gestire in modo ottimale i dati produttivi. Questo include il monitoraggio delle condizioni climatiche, del suolo e delle diverse tecniche di coltivazione.
I cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova il settore agricolo, e solo attraverso un’innovazione profonda nelle tecniche di gestione possiamo pensare di fare un salto di qualità.
Stiamo quindi incentivando l’inserimento dei giovani in agricoltura, anche come loro prima attività professionale. La Campania è una delle regioni che ha investito di più su questo fronte, offrendo opportunità a migliaia di giovani.
Ora vogliamo tornare da coloro che inizialmente hanno ricevuto un semplice sostegno all’avviamento, aiutandoli a implementare tecniche innovative, come l’agricoltura di precisione, capace di superare molte delle sfide attuali.
Un altro aspetto fondamentale è migliorare l’interfaccia tra la pubblica amministrazione e gli utenti. Stiamo sviluppando sistemi informativi in grado di fornire risposte rapide ed efficienti.
Guardando al futuro, puntiamo anche a integrare sistemi di intelligenza artificiale, che potrebbero rappresentare un vero cambio di paradigma nella gestione agricola e nell’erogazione dei servizi.
In che modo si applica l’intelligenza artificiale al settore agricolo?
L’intelligenza artificiale trova varie applicazioni in agricoltura. Può offrire soluzioni automatizzate a problemi agricoli complessi, andando oltre ciò che tradizionalmente era affidato alla prassi o all’expertise tramandata.
Con i cambiamenti climatici, il classico approccio del “così si è sempre fatto” non è più sostenibile. L’intelligenza artificiale, insieme a una gestione adeguata dei dati, può rappresentare un elemento determinante per affrontare le sfide attuali e migliorare l’efficienza delle pratiche agricole.
Detto ciò, è essenziale che chi si avvicina al settore, in particolare i giovani, disponga di una solida base di competenze per trarre il massimo da queste tecnologie.
Considerando che molti giovani oggi sono attratti dai settori terziari, come ha attecchito la proposta di riportarli in campagna? Qual è stata la loro risposta?

Nicola Caputo è Assessore della Regione Campania e membro e coordinatore del Comitato Europeo delle Regioni.
Ora stiamo avviando le verifiche per capire meglio l’impatto del nostro operato. Al momento posso dirle che abbiamo inserito migliaia di giovani nel settore agricolo, ma dobbiamo valutare se questa scelta si sta consolidando nel tempo o se è stata un’esperienza temporanea, limitata al periodo iniziale e poi abbandonata.
I primi risultati, però, sono incoraggianti. Anche perché la Campania è una regione demograficamente giovane, con una popolazione che offre un potenziale significativo per innovare e rafforzare il settore agricolo.
Allarghiamo ora lo sguardo all’Europa, a volte vista come un aiuto fondamentale, altre come un’entità che impone normative rigide o illogiche. Per quanto riguarda l’agricoltura, qual è il suo bilancio?
Partiamo da un dato: l’Europa, con la Politica Agricola Comune (PAC), offre un contributo significativo al sistema agricolo europeo, e questo va riconosciuto. Tuttavia, la PAC deve adeguarsi ai tempi che cambiano.
Ho sostenuto più volte, anche in un recente dossier presentato al Comitato delle Regioni, che è necessario un cambio di approccio. L’agricoltura di oggi non è più quella di una volta, e se, nonostante miliardi di investimenti, vediamo ancora gli agricoltori in difficoltà che scioperano, vuol dire che qualcosa non sta funzionando.
A mio avviso, dobbiamo garantire prima di tutto il loro reddito. L’agricoltura non è un’impresa ordinaria, perché è soggetta a fattori produttivi che sfuggono al controllo umano, come gli eventi climatici.
L’Europa deve introdurre strumenti di gestione del rischio più adeguati ai tempi in cui viviamo. Guardiamo agli Stati Uniti: lì, queste misure sono una parte essenziale della politica agricola. Dobbiamo seguire quel modello, superando l’attuale logica della PAC, che non è più sufficiente a fronteggiare le sfide attuali. Perché eventi come quelli avvenuti in Spagna, in Emilia Romagna o in altre regioni italiane, non sono più eccezioni e stanno diventando la norma.
Un altro punto fondamentale riguarda le relazioni coi Paesi terzi. Non possiamo permettere una concorrenza sleale da parte di nazioni che non rispettano gli standard di sostenibilità ambientale richiesti ai nostri agricoltori.
Infine, vorrei fare una riflessione più ampia. Con la vittoria di Trump e il ruolo di Elon Musk come guida nell’innovazione negli Stati Uniti, l’Europa deve rivedere la propria agenda.
Gli Stati Uniti, seppure con politiche protezioniste, stanno spingendo sull’innovazione e su un nuovo modello di pubblica amministrazione. Questo potrebbe portare a cambiamenti radicali che l’Europa dovrà saper affrontare.
Dovremo dunque rispondere con un programma straordinario per l’innovazione, mantenendo la nostra leadership in campo ambientale e rafforzando le relazioni internazionali, in particolare con paesi come la Cina. Se non lo facciamo, rischiamo di restare indietro in un contesto geopolitico in rapida evoluzione.
Stiamo discutendo di innovazione, tecnologia e intelligenza artificiale, tutte cose che non possono esistere senza la banda larga. Ma come la portiamo nelle campagne? Con Starlink di Elon Musk? Quali sono le alternative europee?
È vero, la connettività rappresenta un limite significativo. Quando parliamo di digitalizzazione e gestione dei dati, la difficoltà di connessione nelle aree rurali emerge come un ostacolo che impedisce ai giovani che abbiamo insediato di svolgere adeguatamente le loro attività.
Per rafforzare la nostra presenza in questo campo, deve entrare in gioco la politica a livello più alto.
Avremo senz’altro modo di valutare se l’uso di strumenti come quelli proposti da Elon Musk possa favorire o meno il nostro progresso. Ma è comunque fondamentale che l’Europa torni a essere l’Europa, riprendendo il proprio ruolo di leadership, così come abbiamo cercato di fare in passato con la transizione ecologica, guidando il mondo verso pratiche sostenibili fin dalla COP24.
Quando dico che l’Europa deve tornare a essere protagonista, mi riferisco anche a scelte come quelle fatte al Parlamento Europeo durante la transizione ecologica.
Decidiamo di bloccare la produzione delle auto tradizionali? Va bene, ma nel frattempo dovevamo pensare anche a produrre noi stessi le nuove auto, invece di delegare tutto ad altri Paesi. Alla fine, abbiamo favorito la Cina, che è diventata il leader mondiale nel settore automotive.
In Europa poi perdiamo troppo tempo in conflitti interni: tra socialisti e popolari, tra Paesi del Centro Europa e quelli del Sud. Queste divisioni rallentano il nostro progresso e ci impediscono di agire con la determinazione necessaria.
L’approccio americano appare spesso orientato all’azione immediata, con un modello che potremmo sintetizzare come “agisco prima, mi giustifico dopo”. Al contrario, l’Europa tende a privilegiare un iter normativo lungo e complesso, che rischia di ritardare l’innovazione. Se immaginiamo un’Europa più forte e competitiva, non dovremmo liberarci di tutto ciò che ci rallenta?
Credo che dobbiamo lavorare per diventare più competitivi ma senza perdere ciò che ci rende europei. Un esempio è il principio di precauzione, che adottiamo in settori come l’agroalimentare e in molti altri ambiti. È un caposaldo che deve continuare a essere presente nelle nostre politiche.
L’Europa deve quindi cercare di rafforzare la propria competitività senza rinunciare alla sua identità. Poi, come sempre, sarà il mercato e la realtà dei fatti a decretare chi avrà avuto ragione.
Ma non possiamo interfacciarci con interlocutori globali senza avere una nostra chiara identità. È fondamentale definire chi siamo. Per questo ritengo indispensabile un cambiamento radicale e uno snellimento delle strutture istituzionali europee, che attualmente rappresentano un freno.
Lo vediamo anche in questi anni: Trump sta per tornare al lavoro nella Stanza Ovale e noi, in Europa, siamo ancora bloccati da mesi su decisioni fondamentali come l’avvio della Commissione.
I vincoli oggi si manifestano più come ostacoli burocratici che come mancanza di visione. Perché la visione europea esiste, ed è quella che tiene conto di tutti quegli aspetti che dobbiamo preservare attraverso le istituzioni.


