Musk chiude la maxi causa da 500 milioni con gli ex dipendenti Twitter

da | 22 Ago 2025 | Legal

Tempo di lettura: 3 minuti

Elon Musk ha deciso di mettere la parola fine a una delle più spinose battaglie legali seguite all’acquisizione di Twitter.

La sua società, X Corp, ha infatti raggiunto un accordo preliminare per risolvere una causa da 500 milioni di dollari intentata da ex dipendenti che accusavano l’azienda di non aver rispettato il piano di indennità di licenziamento. In questo modo andrà a concludersi una vicenda che, dall’autunno 2022, ha segnato il rapporto tra Musk e migliaia di lavoratori lasciati a casa dopo la ristrutturazione della piattaforma.

Il compromesso, comunicato ufficialmente attraverso un atto depositato in tribunale, prevede che la corte d’appello statunitense rinvii l’udienza fissata per il 17 settembre così da permettere alle parti di finalizzare l’intesa.

Non sono stati resi noti i dettagli finanziari dell’accordo ma l’obiettivo è chiaro: compensare gli ex dipendenti e porre fine a un processo che rischiava di diventare emblematico di come i colossi tech gestiscono le proprie transizioni aziendali.

La ristrutturazione di Musk

Il cuore della vicenda affonda nelle decisioni prese da Musk subito dopo l’acquisizione di Twitter per 44 miliardi di dollari. Una delle prime mosse è stata il taglio massiccio del personale: circa 6.000 posti eliminati, più della metà della forza lavoro. Un ridimensionamento pensato per contenere i costi e trasformare Twitter in X, un social con ambizioni che vanno oltre i semplici cinguettii.

Quel drastico intervento ha però lasciato dietro di sé una lunga scia di contenziosi. Secondo la causa avviata da un gruppo di ex dipendenti, Twitter avrebbe dovuto rispettare un piano di indennità varato nel 2019.

Il documento stabiliva che i lavoratori licenziati avessero diritto a due mesi di stipendio base, più una settimana extra per ogni anno di anzianità. Per i dirigenti senior, come Courtney McMillian, che in Twitter era “head of total rewards”, ossia responsabile dei programmi di benefit aziendali, il piano prevedeva addirittura sei mesi di stipendio base.

La realtà, denunciano i lavoratori, è stata però ben diversa. A molti è stato riconosciuto al massimo un mese di stipendio, altri non hanno ricevuto nulla. Da qui l’azione legale, presentata insieme a Ronald Cooper, all’epoca manager delle operazioni, che si è trasformata in una class action.

La battaglia in tribunale

Il percorso giudiziario è stato accidentato. Nel luglio 2024 un giudice federale di San Francisco aveva respinto la causa, sostenendo che non esistessero i presupposti per andare a processo. Ma gli ex dipendenti non si sono arresi e hanno fatto ricorso, portando il caso davanti a una corte d’appello.

Proprio mentre l’udienza del 17 settembre si avvicinava, è arrivata la svolta: Musk e gli ex lavoratori hanno scelto la via dell’accordo.

Ciò non significa però che la questione sia definitivamente chiusa. Restano infatti aperte altre cause parallele, soprattutto nei tribunali del Delaware e della California, che potrebbero riaccendere i riflettori sulle pratiche di gestione del personale adottate dopo il passaggio di Twitter sotto l’egida di X Corp.

L’intesa raggiunta con McMillian e Cooper riguarda esclusivamente questa specifica class action ma è inevitabile che faccia da precedente anche per i procedimenti ancora pendenti.

Un segnale per il settore tech

Oltre al destino dei singoli lavoratori, la vicenda ha un valore più ampio. Le indennità di licenziamento non sono solo una questione di buste paga: raccontano il delicato equilibrio tra i diritti dei dipendenti e le strategie di business delle big tech.

Musk, che ha sempre rivendicato il diritto di tagliare i costi in modo rapido e radicale, si è scontrato con le aspettative di chi aveva costruito la propria carriera all’interno di Twitter confidando in regole aziendali chiare e scritte.

La scelta di un accordo dimostra che, anche per un imprenditore abituato a sfidare norme e convenzioni, il muro contro muro in tribunale può avere un prezzo troppo alto. E mette in guardia anche altri colossi della Silicon Valley, spesso inclini a interpretare le regole interne con grande flessibilità quando si tratta di ridimensionare il personale.

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