In giugno i Magnifici Sette (Nvidia, Meta, Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e Tesla) hanno perso oltre 2.300 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. Il gruppo cede il 10% nel mese, avviandosi verso il peggior risultato mensile da oltre un anno, e chiude il primo semestre del 2026 in rosso del 3%. Sul fronte opposto, il Philadelphia Semiconductor Index ha guadagnato il 93% da gennaio: l’ultima volta che i produttori di semiconduttori statunitensi avevano brillato così era il 1999, all’apice del boom dotcom.
La rotazione ha una logica precisa. Meta, Amazon, Microsoft e Alphabet stanno spendendo somme vicine al trilione di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale, ma gli investitori faticano a vedere quando quei capitali si tradurranno in profitti proporzionati. Nel frattempo i produttori di semiconduttori, in primis i chip di memoria, raccolgono i frutti di questa corsa agli armamenti digitali.
Chi guadagna dalla spesa AI
La carenza di chip di memoria è la chiave di lettura di questa stagione di mercato. Secondo Intel il sollievo sull’offerta non arriverà prima del 2028, e nel primo trimestre del 2026 i prezzi dei prodotti di memoria sono già saliti enormemente. Il risultato è visibile nei titoli: Sandisk ha guadagnato circa il 760% da inizio anno, mentre Micron, Western Digital, Intel e Seagate hanno tutte triplicato il proprio valore.
Anche i giganti asiatici del settore stanno raccogliendo i frutti. Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, il più grande produttore mondiale di semiconduttori avanzati, ha segnato un rialzo del 33% da inizio anno, portando la sua capitalizzazione sopra i 2.000 miliardi di dollari. ASML, il fornitore olandese di macchinari per la litografia che rifornisce TSMC, è salita del 50%.
Il dubbio sulla monetizzazione
Il problema dei Magnifici Sette non è solo la concorrenza dei chipmaker. Il mercato ha cominciato a fare domande scomode sulla redditività futura delle loro scommesse sull’AI. Simone Ragazzi, portfolio manager di Algebris, ha spiegato di aver ridotto l’esposizione al gruppo, tenendo solo una quota di Nvidia: “Il mercato si chiede se e quando questi forti investimenti si tradurranno in una crescita più rapida dei ricavi.” La sua posizione alternativa è concentrata sull’infrastruttura fisica: “Siamo molto lunghi nelle aziende che beneficiano di questa spesa: infrastrutture, raffreddamento, cavi, connettori. Queste aziende hanno rendimenti fuori misura.”
Vincent Mortier, chief investment officer di Amundi, è cauto sul futuro dei big tech: “La grande domanda è se questi player riusciranno a monetizzare questi investimenti su larga scala. La giuria non ha ancora deciso.” Vincenzo Vedda di DWS parla di “cambio di leadership” nel mercato, con il baricentro che si sposta dal gruppo software e internet degli ultimi anni verso i semiconduttori. Giles Parkinson di TrinityBridge nota che i Magnifici Sette “stanno diventando più diversi tra loro che simili”, con gli hyperscaler, i giganti del cloud come Meta, Amazon, Microsoft e Alphabet, a mostrare la debolezza più sistematica, a vantaggio di chi quei soldi li incassa in componenti fisici.
Rincari in cascata: da Xbox ai MacBook
La pressione sui costi della memoria si sta scaricando sui consumatori. Apple ha annunciato aumenti di circa il 20% su MacBook e iPad, citando la “sfida senza precedenti” legata ai chip di memoria. Microsoft ha alzato i prezzi delle console Xbox avvertendo che i costi della memoria sono più che raddoppiati nell’arco di pochi mesi, con un possibile ulteriore raddoppio entro fine 2027.
Nelle ultime settimane, aziende come Walmart, Uber e la stessa Meta avrebbero ridimensionato l’utilizzo interno dei loro strumenti AI dopo aver ricevuto fatture elevate, un segnale che preoccupa chi scommetteva su una monetizzazione rapida dei modelli generativi. Eppure i piani di spesa dei grandi hyperscaler restano invariati, con i costi crescenti dei componenti che rendono ogni ampliamento ancora più oneroso.
Da inizio 2023 all’inizio del 2026, i sette colossi avevano aggiunto 15.000 miliardi di dollari alla loro capitalizzazione combinata e l’anno scorso pesavano per oltre un terzo dell’intera capitalizzazione dell’S&P 500. Oggi, tranne Alphabet, fanno tutte peggio del mercato nel suo complesso.
Fonte: Financial Times


