In mezzo alle molte news impegnate che scriviamo, ogni tanto ci concediamo qualche escursione all’insegna della frivolezza. E la notizia che diamo oggi, che segue quella pubblicata lo scorso 28 gennaio, ne è un esempio.
In quell’occasione scrivevamo del presidente Donald Trump che aveva firmato un ordine esecutivo per rinominare ufficialmente il Golfo del Messico in “Golfo d’America” (insieme al monte Denali, divenuto McKinley).
La decisione, annunciata come parte di una più ampia iniziativa di “ripristino dell’identità americana” nelle denominazioni geografiche, ha portato alla modifica del nome nei documenti ufficiali degli Stati Uniti e, di conseguenza, nei servizi digitali che si affidano a tali fonti.
Golfo del Messico… e d’America
Google Maps ha iniziato a implementare l’aggiornamento, facendo apparire l’etichetta “Gulf of America” per gli utenti statunitensi. In Messico il nome è rimasto invariato, mentre nel resto del mondo l’applicazione mostra entrambi i nomi: “Gulf of Mexico (Gulf of America)”.
La decisione ha subito suscitato reazioni contrastanti, soprattutto perché gli Stati Uniti non controllano interamente il Golfo.
Cartine alla mano, Washington ha infatti giurisdizione su circa il 46% delle acque, mentre il Messico ne controlla il 49% e Cuba il restante 5%.
Nonostante ciò, per Trump il Golfo del Messico è cosa sua, e dunque non solo l’ha rinominato ma ha anche firmato una proclamazione ufficiale che istituisce il 9 febbraio come “Gulf of America Day”, rafforzando simbolicamente la nuova denominazione.
La minaccia di Claudia Sheinbaum
La reazione del Messico non si è però fatta attendere.
La presidente Claudia Sheinbaum ha infatti criticato duramente la scelta di Google di adeguarsi alla decisione americana, definendola “scorretta” perché l’ordine esecutivo di Trump riguardava esclusivamente la piattaforma continentale statunitense nel Golfo e non le aree appartenenti ad altri Paesi.
“Quello che Google sta facendo qui è cambiare il nome della piattaforma continentale del Messico e di Cuba, che non ha nulla a che fare con il decreto di Trump… Non siamo d’accordo con questo”, ha dichiarato Sheinbaum in conferenza stampa.
Tradotto in parole più semplici: secondo la Sheinbaum, l’ordine esecutivo del presidente Trump per il cambio di nome dovrebbe applicarsi esclusivamente alle acque territoriali statunitensi, che si estendono per 22 miglia nautiche dalla costa, e non all’intero golfo, che include zone sotto la giurisdizione del Messico e di Cuba.
Pertanto, la Sheinbaum sostiene che l’azione di Google modifichi impropriamente il nome di aree marittime appartenenti ad altri paesi, violando la sovranità del Messico.
Il suo governo ha così inviato una lettera ufficiale a Google chiedendo la correzione dell’etichetta sulle mappe, limitandola esclusivamente alle acque sotto giurisdizione statunitense.
Se l’azienda non risponderà positivamente alla richiesta, il Messico ha annunciato che procederà legalmente contro il gigante tecnologico.
Google tra due fuochi
Per ora, Google non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito ma la cosa non stupisce, dato che l’azienda si trova in una posizione scomoda.
Da un lato è schiacciata dalla pressione del governo statunitense, che ha imposto il cambio di nome attraverso fonti ufficiali. Dall’altro si trova ad dover affrontare le proteste del Messico, che se la prende con Google non potendosela prendere con Trump, e che comprensibilmente rivendica la sovranità sul nome del Golfo nelle proprie acque territoriali.
Google non può certo ignorare il decreto di Trump, sia in quanto la esporrebbe a critiche e a ripercussioni politiche negli Stati Uniti, sia perché si tratta pur sempre di un’azienda americana soggetta alla legislazione federale.
Dall’altro, assecondare il cambio di nome su scala globale, come fatto inizialmente, ha già scatenato una forte reazione internazionale, col Messico che appunto minaccia azioni legali.
La soluzione adottata finora, ossia di mostrare “Gulf of America” solo agli utenti statunitensi e mantenere “Gulf of Mexico” altrove, con una doppia denominazione nel resto del mondo, sembra un tentativo di mediazione, che però per definizione soddisfa tutti e nessuno.
Se il Messico dovesse effettivamente intentare una causa, magari presso tribunali internazionali, Google potrebbe trovarsi in una posizione non invidiabile, costretta magari a rivedere la sua posizione contro le stesse indicazioni di Trump.
E ora, fine della pausa e torniamo a scrivere di cose più importanti…


