Glassdoor è una delle piattaforme più influenti negli Stati Uniti quando si parla di cultura aziendale. I lavoratori lasciano recensioni anonime sui luoghi di lavoro, valutano manager, stipendi, carichi di lavoro, opportunità di crescita e descrivono cosa sta realmente accadendo all’interno delle aziende.
È un osservatorio capace di intercettare tendenze che spesso diventano macrofenomeni del mercato del lavoro. Ed è da questa lente che emerge un quadro molto diverso rispetto a dieci anni fa, in cui i licenziamenti non sono più un evento straordinario ma un processo continuo.
Glassdoor e i licenziamenti “silenziosi”
Nell’ultimo decennio il modo in cui le aziende americane gestiscono il personale è cambiato radicalmente.
I micro-licenziamenti, ovvero tagli inferiori ai 50 dipendenti, sono diventati la forma più diffusa di riduzione del personale e oggi superano la metà di tutti i licenziamenti, mentre nel 2015 non raggiungevano nemmeno il 40%.
Questi tagli “a bassa visibilità” permettono alle aziende di cambiare strategia, tagliare costi e ridefinire team senza attirare l’attenzione che comporterebbe un licenziamento di massa. Ma allo stesso tempo normalizzano l’idea che il licenziamento sia una pratica ordinaria, una sorta di manutenzione continua della forza lavoro.
Questo fenomeno non vive da solo: Glassdoor colloca i licenziamenti permanenti all’interno di sei trend che stanno ridisegnando il lavoro verso il 2026.
Tra questi c’è il crescente divario tra dipendenti e leadership, la difficoltà delle aziende a riportare stabilmente le persone in ufficio (“slow-mo RTO”) e l’ascesa di un mercato del lavoro in cui molti accettano “ciò che trovano” pur di non restare scoperti in un contesto sempre più instabile.
È una trasformazione strutturale, alimentata da pressioni economiche, transizioni tecnologiche e un clima di incertezza costante.
Il divario con la leadership
Il fenomeno dei licenziamenti continui si innesta in un mercato del lavoro già sotto pressione: le assunzioni rallentano, l’incertezza cresce così come la paura che l’intelligenza artificiale possa sostituire ruoli o mansioni.
Glassdoor registra un incremento netto nelle recensioni che contengono parole come “layoff”, “job insecurity”, “misalignment” o “distrust”. È un lessico che racconta un malessere diffuso, in peggioramento rispetto al periodo pandemico.
Il rapporto mostra inoltre che la fiducia verso la leadership è in calo in molti settori chiave (tecnologia, media, consulenza), con valutazioni sempre più basse sulle capacità dei manager di comunicare strategie e obiettivi.
È un segnale che porta a galla un problema ormai evidente: il rapporto tra dipendenti e leadership si sta incrinando, e i licenziamenti seriali accelerano ulteriormente questo distacco.
A questo si aggiunge l’effetto collaterale del lavoro remoto e ibrido: le opportunità percepite di carriera sono diminuite in modo significativo.
Nel 2020 i lavoratori da remoto davano ai parametri legati alle opportunità professionali un punteggio medio superiore a 4. Oggi siamo intorno a 3,5. Meno visibilità interna significa meno possibilità di avanzare.
L’impatto dei tagli sulla vita lavorativa
I licenziamenti possono essere piccoli ma non passano inosservati. I colleghi spariscono, il carico aumenta e cresce la sensazione di precarietà.
Come sottolinea Glassdoor, “anche se i licenziamenti seriali possono passare sotto il radar, non ingannano i dipendenti che si ritrovano con più lavoro e si chiedono se saranno i prossimi”.
La previsione è chiara: questo modello di gestione rischia di erodere in modo permanente il morale dei lavoratori e la cultura aziendale nel 2026 e oltre. Un monito che arriva mentre grandi aziende tornano a tagliare in blocco.
Eppure, in questa fotografia cupa, emerge un’unica nota positiva: secondo Glassdoor, per i lavoratori all’inizio della carriera, ossia nei primi quattro anni di esperienza, i salari reali sembrano destinati a migliorare nel 2026. È un raggio di luce in un quadro dominato da instabilità e sfiducia.
Fonte: Glassdoor


