Dazi record su iPhone e UE: Trump rilancia la guerra commerciale

by | 23 Mag 2025 | Business, Tech War

Illustrazione. xai
Tempo di lettura: 3 minuti

Sembrava un venerdì tutto sommato tranquillo, fino a che Donald Trump ha minacciato Apple e l’Europa con nuovi, draconiani dazi.

Per quanto riguarda il colosso di Cupertino, ha minacciato dazi del 25% su ogni iPhone prodotto fuori dagli Stati Uniti. È un’escalation che riporta sotto pressione una delle aziende simbolo della tecnologia americana e rilancia la retorica protezionista con cui Trump ha iniziato il suo secondo mandato.

Secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente in un post su Truth Social, l’amministrazione americana si aspetta che “gli iPhone venduti negli Stati Uniti siano fabbricati e costruiti negli Stati Uniti, non in India o altrove”. In caso contrario, ha avvertito, “un dazio di almeno il 25% dovrà essere pagato da Apple agli Stati Uniti”.

Le parole del presidente hanno avuto un impatto immediato sui mercati. Alla notizia, le azioni Apple sono scese del 2,3% nelle prime fasi di contrattazione. Il colosso di Cupertino, che vende oltre 60 milioni di smartphone ogni anno nel mercato americano, non ha risposto ufficialmente alla minaccia, ma all’inizio di maggio aveva avvertito che i dazi potrebbero costarle fino a 900 milioni di dollari solo nel trimestre in corso.

Le fabbriche dell’iPhone e l’illusione del “made in USA”

La richiesta di Trump si scontra con la complessità del sistema produttivo di Apple. I principali stabilimenti che si occupano dell’assemblaggio finale sono giganteschi hub industriali, come il noto complesso di Zhengzhou in Cina, soprannominato “iPhone City”, dove vivono e lavorano centinaia di migliaia di persone in una struttura che ospita scuole, dormitori e ospedali.

Alcuni esperti della supply chain hanno ipotizzato che Apple potrebbe usare la propria liquidità per costruire impianti automatizzati negli Stati Uniti, completamente gestiti da robot. Ma l’ipotesi è giudicata poco realistica. Le richieste del mercato cambiano troppo rapidamente e gran parte dei macchinari utilizzati per la produzione degli iPhone viene comunque costruita in Cina. L’idea di una produzione interamente statunitense rimane per ora un’utopia industriale.

Il ritorno della guerra commerciale con l’Unione Europea

Alle minacce verso Apple si è aggiunta, nelle stesse ore, un’altra provocazione: Trump ha annunciato l’intenzione di imporre un dazio del 50% su tutti i beni importati dall’Unione Europea a partire dal 1° giugno. È una misura che, se confermata, farebbe impennare i prezzi al consumo per prodotti come le automobili tedesche, l’olio d’oliva italiano e una vasta gamma di beni europei.

“L’Unione Europea, creata principalmente per approfittare degli Stati Uniti nel COMMERCIO, è stata molto difficile con cui trattare,” ha scritto Trump su Truth Social. “Le nostre discussioni con loro non portano a nulla!”, ha tuonato sempre su Truth.

I mercati hanno reagito bruscamente. Il Nasdaq ha perso l’1,5%, lo S&P 500 lo 0,9%, mentre i listini europei sono scesi dell’1,1%. Particolarmente colpite le aziende europee dell’automotive e del lusso: le azioni di Porsche, Mercedes e BMW hanno perso tra il 2% e il 4,5%, mentre EssilorLuxottica ha registrato un calo del 5,5%.

Secondo il segretario al Tesoro USA, Scott Bessent, questa nuova minaccia ha lo scopo di “accendere un fuoco sotto l’UE” per accelerare i negoziati. Ma i segnali di instabilità si moltiplicano, anche perché gli effetti delle guerre commerciali condotte a colpi di tweet e dazi hanno già lasciato il segno nella fiducia di consumatori e investitori americani.

Il paradosso di Trump: dazi più duri per l’UA che per la Cina

Il dato forse più sorprendente è che, al momento, l’Unione Europea rischia di essere penalizzata più della Cina. Dopo una prima ondata di misure, Trump ha infatti ridotto i dazi sui beni cinesi dal 145% al 30%, mantenendo invece ferma l’intenzione di colpire l’Europa con un’imposta del 50%. ù

Come ha commentato Lindsay James, strategist di Quilter, “è una politica più punitiva che economica, priva di reale credibilità sul piano commerciale”.

A confermare la portata della frizione, bastano i numeri: nel 2023 l’export totale dell’Unione Europea verso gli Stati Uniti ha toccato i 500 miliardi di euro, con la Germania in testa (161 miliardi), seguita da Irlanda (72 miliardi) e Italia (65 miliardi). I settori più esposti includono farmaceutica, automobili, componentistica, chimica e aviazione.

Il CEO di Volvo Cars, Hakan Samuelsson, ha dichiarato che i clienti dovranno farsi carico della maggior parte dei rincari legati ai dazi, e che per alcune vetture compatte potrebbe diventare addirittura impossibile l’importazione negli Stati Uniti. Ma ha anche espresso fiducia: “Credo che presto si troverà un accordo. Non può essere nell’interesse né dell’Europa né degli Stati Uniti chiudere il commercio tra loro”.

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