Trump chiede a Apple di fermare la produzione di iPhone in India

da | 15 Mag 2025 | Tech War, Politica

Il grosso della produzione indiana di iPhone ha luogo negli stabilimenti di Foxconn e Tata. | Foto: YouTube

Il peggior nemico di Apple ultimamente? Inaspettatamente è Donald Trump, che pur nel comprensibile tentativo di re-industrializzare gli Stati Uniti, de-industrializzati da anni di spensierato globalismo, sta costringendo la casa di Cupertino a continui cambi di strategia.

Con gravi ripercussioni economiche che, con tutta probabilità, andranno a scapito dei consumatori.

La tournee di Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sollevato ieri la questione con Tim Cook, l’amministratore delegato di Apple, chiedendo all’azienda di fermare la costruzione di impianti in India per la produzione di dispositivi destinati al mercato statunitense. L’ordine mira a spingere Apple a rafforzare la produzione domestica mentre riduce la sua dipendenza dalla Cina.

L’occasione per divulgare l’accaduto l’ha fornita la sua visita ufficiale in Qatar, durante la quale Trump ha spiegato la propria posizione con toni diretti: “Ho avuto un piccolo problema con Tim Cook ieri,” ha detto riferendosi alla sua conversazione con il CEO di Apple. “Sta costruendo impianti in tutta l’India. Non voglio che costruisca in India.”

Le dichiarazioni di Trump mettono così in discussione il piano di Apple di importare gran parte dei suoi iPhone venduti negli Stati Uniti dall’India entro la fine del prossimo anno. Piano che, come abbiamo già scritto, era visto da Apple come una risposta alle sfide derivanti dalle recenti politiche commerciali di Washington, che hanno reso incerto il futuro della produzione in Cina.

Ma Apple non può cambiare da un giorno all’altro

Le dichiarazioni di Trump fanno eco a un tema che è stato centrale per la politica commerciale della sua amministrazione: spingere le aziende americane a riportare le loro produzioni negli Stati Uniti.

Numerosi esperti del settore, come Tarun Pathak di Counterpoint, avvertono però che localizzare la produzione negli Stati Uniti sarà un’impresa ardua e costosa.

“Produrre negli Stati Uniti sarà anche molto più costoso rispetto all’assemblaggio degli iPhone in India”, ha affermato Pathak, aggiungendo che Apple ha costruito una delle catene di approvvigionamento più sofisticate, sviluppata in anni di attività.

A tal proposito ricordiamo che Tim Cook, durante un’intervista di qualche mese fa, parlando delle difficoltà che Apple avrebbe incontrato nel trasferire una produzione su larga scala negli Stati Uniti, aveva affermato che la Cina ha una quantità molto maggiore di talenti disponibili per la produzione

Tanto da poter “riempire un intero campo da calcio”, mentre negli Stati Uniti, con le risorse attuali, si riuscirebbe a riempire solo “un paio di stanze”. Un esempio, questo, che sottolinea la difficoltà di localizzare la produzione in patria senza un adeguato supporto in termini di competenze specializzate, e che mostra quanto siano velleitarie le posizioni di Trump.

L’intransigenza di The Donald

Nonostante le difficoltà, però, Trump sembra essere fermamente intenzionato a promuovere la produzione interna. Anzi, Secondo le sue dichiarazioni, Apple sarebbe disposta a espandere la sua produzione negli Stati Uniti. Che però non sembra intenzionata a fermare completamente le sue operazioni in India.

Trump ha chiarito che è disposto ad accettare la produzione di iPhone in India ma esclusivamente per il mercato locale: “Potete costruire in India se volete, per prendervi cura dell’India,” ha dichiarato il presidente. In altre parole, la produzione in India sarebbe accettabile se destinata a soddisfare la domanda interna e non quella degli Stati Uniti.

La posizione di Trump, e i tempi strettissimi in cui vuole che i suoi diktat vengano eseguiti, rischiano di minare seriamente il business di Apple, che negli ultimi tempi ha già mostrato segni di incertezze.

La pressione per trasferire la produzione negli Stati Uniti potrebbe rivelarsi difficile da gestire, soprattutto in un contesto globale già complesso, con l’azienda che si trova a dover bilanciare esigenze politiche, economiche e produttive in tempi molto ravvicinati.

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