Columbia University scommette sull’IA di Sway per sedare le proteste studentesche

by | 6 Set 2025 | Politica, Tecnologia

foto: Jorge Royan
Tempo di lettura: 3 minuti

Può l’intelligenza artificiale raffreddare le tensioni di un campus universitario attraversato da proteste, retate e pressioni governative? Columbia University sembra credere di sì.

L’ateneo americano ha infatti avviato la sperimentazione di Sway, un software di dibattito sviluppato alla Carnegie Mellon University, che affianca gli studenti con opinioni contrapposte e introduce un “AI Guide” capace di correggere linguaggi offensivi, stimolare ragionamenti e spingere i partecipanti ad avvicinarsi l’uno alle posizioni dell’altro.

La promessa è quella di costruire un dialogo costruttivo su temi sensibili come aborto, razzismo, immigrazione o il conflitto israelo-palestinese.

Un proposito condivisibile, visto che l’arrivo di Sway a Columbia s’inserisce in un contesto che vede da oltre due anni un clima di crescente conflittualità tra studenti filo-palestinesi espulsi, raid della polizia dentro i dormitori e rapporti sempre più tesi con Washington.

Columbia: l’accordo con Trump e la svolta del dialogo ‘artificiale’

A fare da sfondo all’esperimento con l’IA c’è un accordo da 200 milioni di dollari che Columbia ha siglato con l’amministrazione Trump per combattere l’antisemitismo nel campus.

Un’intesa che ha permesso all’ateneo di riottenere l’accesso a finanziamenti federali fino a 1,3 miliardi di dollari, ma che porta con sé condizioni non trascurabili come regole severe contro le proteste e un rafforzamento della supervisione sugli studenti internazionali, coerente con la linea restrittiva del presidente verso gli ingressi dall’estero.

In questo scenario, Sway (il cui video dimostrativo trovate qui sotto) rappresenta più di uno strumento accademico. È il segnale di un’istituzione che, messa con le spalle al muro, ha scelto di affidarsi a soluzioni tecnologiche per gestire conflitti politici e culturali.

Una decisione però che non convince tutti: secondo fonti interne, Columbia sta “svuotando le conversazioni del loro contesto politico e storico”, riducendole a generiche “conversazioni difficili”.

Dibattiti pilotati e studenti pagati a peso d’oro

Il sospetto di una gestione dall’alto delle tensioni è rafforzato da altre iniziative di Columbia.

Negli ultimi mesi l’università ha lanciato la Student Leadership Engagement Initiative (SLEI), un programma che ha coinvolto una settantina di studenti scelti dai decani e pagati migliaia di dollari ciascuno per partecipare a incontri di confronto con i vertici amministrativi.

Una cifra che sottende un investimento importante e che ha fatto pensare alcuni a un tentativo di “spegnere incendi” più che a stimolare un’autentica partecipazione democratica.

Allo stesso modo, i test di Sway lasciano aperte domande politicamente spinose. Nei primi test, Sway ha proposto agli studenti un dibattito sulla presunta “frode” delle elezioni del 2020. Una coincidenza difficile da ignorare: da un lato Columbia che firma un’intesa con la Casa Bianca per ottenere fondi, dall’altro un software che mette in discussione uno dei pilastri della narrazione trumpiana.

La promessa (e il rischio) della malleabilità

I creatori di Sway sostengono che circa la metà degli studenti coinvolti cambi opinione almeno su un punto dopo una discussione guidata.

Per i ricercatori è un segnale positivo di apertura al confronto, ma resta l’incognita: cosa accade se lo spostamento avviene “nella direzione della falsità piuttosto che della verità”?

Il software punta a rendere gli studenti meno sicuri delle proprie posizioni, più malleabili, capaci di cambiare idea. Ma chi decide quali idee debbano prevalere?

Per molti, l’entusiasmo dei vertici universitari verso l’IA nasconde la ricerca di una “bacchetta magica” capace di risolvere tensioni politiche con un algoritmo. “Viviamo un momento in cui tutti cercano scorciatoie tecnologiche,” ha spiegato Joseph Howley, docente di studi classici. “Ma questo approccio è lontanissimo dalla missione di un’università.”

Columbia, nel frattempo, sembra aver scelto la via della diplomazia artificiale. Una strada che solleva grandi interrogativi: fino a che punto un software può sostituire il conflitto, la storia e il dibattito politico, che da sempre sono parte integrante della vita universitaria?

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