C’è un nuovo fronte, tanto inatteso quanto simbolico, nel rapporto tra Donald Trump e i suoi predecessori. E questa volta lo scontro non si sta consumando nelle aule del Congresso o nei tribunali, bensì su LinkedIn.
La piattaforma professionale, di solito lontana dai clamori della politica, è infatti diventata in queste ore il palcoscenico di un’operazione di comunicazione che ha visto la Casa Bianca cambiare il proprio profilo ufficiale: sparito il tradizionale sigillo governativo, al suo posto ora campeggia una fotografia di Trump.
Si tratta di un gesto che, più che un’innocua modifica grafica, per gli osservatori più attenti corrisponde a una calcolata azione di trolling politico. Perché così facendo l’immagine del presidente è comparsa automaticamente anche sulle pagine LinkedIn di chi, in passato, aveva lavorato alla Casa Bianca. Inclusa quella dell’ex presidente Obama.
Il trolling consapevole di Trump
Il senso dell’operazione è stato chiarito senza giri di parole dal direttore della comunicazione della Casa Bianca, Steven Cheung, che secondo Axios ha confermato che l’obiettivo era proprio quello: prendere in giro gli ex funzionari delle precedenti amministrazioni.
Una strategia che mescola provocazione e marketing digitale, e che rivela una consapevolezza mediatica non banale.
Adam Rosenberg, consulente politico e della comunicazione, ha spiegato che “la piccola modifica non solo prende di mira gli avversari politici ma migliora anche il posizionamento SEO della pagina su LinkedIn”.
Per Rosenberg, il team di Trump dimostra così di avere una chiara strategia digitale: “La gente si comporta come se questo team non avesse alcuna strategia comunicativa ma in realtà ce l’ha. Sono incredibilmente esperti dal punto di vista digitale per averci pensato per primi. È anche chiaramente un modo per provocare i Democratici, spingendoli a usare l’argomento secondo cui lui si crede un re”.
La reazione degli ex funzionari
La scelta non è passata inosservata. Diversi ex funzionari hanno immediatamente aggiornato i propri profili, preferendo indicare come datore di lavoro l’“Executive Office of the President” (EOP), che mantiene ancora il sigillo ufficiale.
Chris Lu, ex ambasciatore americano all’ONU, ha affidato a LinkedIn la sua protesta: “La Casa Bianca ha sostituito il sigillo governativo con il volto di Trump nel suo profilo LinkedIn. Se avete lavorato alla Casa Bianca sotto un presidente democratico o anche un repubblicano diverso, e non volete che il volto di Trump compaia nella vostra biografia LinkedIn, usate invece Executive Office of the President”.
Le critiche non si sono fermate qui. Un ex alto funzionario dell’amministrazione Biden ha attaccato l’iniziativa senza mezzi termini: «Se spendessero la metà del tempo che dedicano al trolling per abbassare i costi agli americani, avrebbero fatto davvero qualcosa di utile».
Branding personale e istituzioni
Sul piano politico, il caso mette in luce un aspetto ricorrente della comunicazione trumpiana: la sovrapposizione costante tra personal branding e istituzioni.
La sostituzione del sigillo della Casa Bianca col volto del presidente non è solo un’azione di marketing digitale, ma un’operazione simbolica che lega indissolubilmente l’immagine di Trump a quella della massima istituzione americana.
È un approccio che si inserisce in una strategia comunicativa già vista su altre piattaforme social, dove la spettacolarizzazione e la provocazione hanno un ruolo centrale.
Ma l’approdo su LinkedIn segna un passo in più: non si parla più solo di feed o di campagne elettorali ma di profili professionali che rappresentano la storia lavorativa di centinaia di ex funzionari. In altre parole, è una dimensione che tocca la reputazione individuale e che apre un fronte inedito di conflitto simbolico.
La mossa, insomma, non è soltanto un “scherzo digitale”. È il segno di una comunicazione politica che non lascia nulla al caso e che utilizza ogni spazio, anche i più inattesi, per riaffermare la presenza del leader.
E che, ancora una volta, trasforma un dettaglio tecnico in un potente strumento di propaganda.


