Negli Stati Uniti, secondo il Washington Post, trovare un elettricista qualificato sta diventando un’impresa. Gli smartphone sono destinati a costare di più per anni. Progetti di edilizia residenziale e sanitaria sono in pausa. Startup promettenti non riescono a raccogliere capitale.
Sono gli effetti collaterali della corsa all’intelligenza artificiale: 700 miliardi di dollari di investimenti previsti quest’anno da Amazon, Google, Microsoft, Meta e Oracle in chip e data center, stanno infatti drenando risorse da ogni altro settore dell’economia.
La promessa è una rivoluzione produttiva futura. La realtà è che ogni dollaro investito oggi nell’IA sta creando scarsità altrove.
Se Apple non trova i chip
La prima vittima è l’elettronica di consumo. Apple ha comunicato ai suoi investitori la scorsa settimana di avere difficoltà a procurarsi quantità sufficienti di due tipologie di chip essenziali per iPhone e computer Mac.
Il motivo è semplice: le aziende di IA necessitano di enormi volumi degli stessi componenti per costruire i loro data center, e la capacità produttiva globale non basta per tutti. La domanda insaziabile ha fatto schizzare i prezzi dei chip di memoria che rendono reattivi smartphone e computer.
Francisco Jeronimo, analista della società di ricerca IDC, prevede che i produttori di smartphone e PC saranno costretti entro fine anno ad aumentare i prezzi di almeno il 5%, a rilasciare dispositivi con specifiche ridotte, o a fare entrambe le cose.
Se il boom dell’IA continua, avverte, i prezzi più alti potrebbero persistere per anni, costringendo potenzialmente alcuni piccoli produttori di telefoni a chiudere l’attività.
Il CEO di Apple Tim Cook, durante la presentazione dei risultati trimestrali, ha evitato di “speculare” su eventuali aumenti del prezzo degli iPhone, ma non li ha esclusi. L’ironia è evidente: le stesse aziende che promettono che l’IA renderà tutti più produttivi stanno rendendo più costosi gli strumenti base della produttività digitale.
Infrastruttura digitale contro infrastruttura fisica
Ma la competizione per i chip è solo la superficie. Il vero collo di bottiglia è umano. Nelle comunità statunitensi dove si stanno costruendo data center, le imprese edili e i loro lavoratori stanno facendo profitti record.
Il problema è che non esistono abbastanza elettricisti qualificati e altri operai specializzati sia per i progetti di data center che per le altre costruzioni complesse di cui il paese ha bisogno: edifici residenziali, ospedali, fabbriche. E i data center per l’IA, essendo più redditizi, hanno la precedenza su tutto il resto.
Anirban Basu, capo economista di Associated Builders and Contractors, un’associazione di categoria del settore costruzioni, fotografa la dinamica con precisione: i progetti che non riguardano data center vengono relegati a “priorità inferiore”.
Mentre la spesa per la costruzione di nuovi data center è cresciuta del 32% nel 2025, per altri tipi di immobili commerciali la spesa sta appena crescendo o, in alcuni casi, diminuendo.
Basu riconosce che il declino dell’edilizia residenziale e manifatturiera sarebbe probabilmente avvenuto comunque, per via dei costi crescenti dei materiali, delle restrizioni urbanistiche e delle politiche migratorie più severe. Ma la domanda di data center per l’IA sta aggravando carenze già croniche.
OpenAI ha comunicato alla Casa Bianca a ottobre che i data center pianificati nei prossimi anni richiederanno circa il 20% dell’intera forza lavoro esistente di operai specializzati come elettricisti e meccanici.
L’associazione di categoria prevede che l’industria delle costruzioni sarà a corto di quasi mezzo milione di lavoratori il prossimo anno. Il paradosso è evidente: le infrastrutture digitali del futuro stanno letteralmente bloccando le infrastrutture fisiche del presente.
La fine della classe media (delle startup)
La concentrazione delle risorse sull’IA sta creando anche una frattura profonda nella Silicon Valley. Circa un terzo del capitale investito nelle startup statunitensi lo scorso anno è finito all’1% delle aziende più valorizzate, secondo un’analisi aggiornata questa settimana da Silicon Valley Bank.
I finanziamenti per startup meno blasonate hanno raggiunto un minimo decennale. “La ‘classe media’ delle startup si sta svuotando”, sintetizza Roy Bahat, che guida la società di investimento Bloomberg Beta.
Il rapporto della banca è esplicito: “Le aziende senza il potere stellare di un fondatore seriale o di un fenomeno dell’IA hanno affrontato un panorama desolante nel 2025”. La concentrazione finanziaria rischia di soffocare lo sviluppo di tecnologie promettenti che non rientrano nell’hype dell’IA generativa.
Darrell West, esperto di IA presso il think tank Brookings Institution, pone la domanda centrale: “Ci sono così tante parti dell’economia che non dipendono dall’IA. Stiamo per creare problemi ad altri settori nel riuscire a raccogliere denaro e assumere i lavoratori di cui hanno bisogno?”
IA, data center e l’equazione che non torna
Tim Cook non esclude aumenti di prezzo per gli iPhone. Cantieri di ospedali e abitazioni sono fermi per mancanza di personale. Startup innovative non trovano investitori. Sono i costi reali e presenti di una scommessa i cui benefici restano incerti e lontani.
JPMorgan ha calcolato che l’industria tecnologica deve generare 650 miliardi di dollari extra in ricavi ogni anno, tre volte le entrate annuali di Nvidia, solo per ottenere un ritorno ragionevole sugli investimenti.
Ma questa soglia probabilmente si è già innalzata, dato che la spesa per l’IA continua ad aumentare. OpenAI, l’azienda che ha scatenato la corsa con il lancio di ChatGPT, prevede perdite superiori ai 100 miliardi di dollari fino alla fine del decennio.
Roger McNamee, investitore tecnologico con quarant’anni di esperienza e tra i primi finanziatori di Facebook, offre una prospettiva spiazzante: “È possibile che l’importo investito nell’IA negli Stati Uniti dalla metà del 2022 superi tutti gli investimenti precedenti nell’intera industria tecnologica. Solo questo dovrebbe far riflettere tutti”.
La domanda implicita è chiara: cosa succede se l’IA non trasforma l’economia abbastanza da giustificare questa scala di investimento? Nel frattempo, pare esserci una cosa sicura: il boom tecnologico che promette di moltiplicare la produttività domani sta riducendo quella disponibile oggi.
Fonti: The Washington Post, Financial Times


