Dopo la vittoria di Trump, Big Tech contiene l’attivismo interno

by | 11 Nov 2024 | Politica

Tempo di lettura: 3 minuti

Otto anni fa, con l’elezione di Donald Trump, i giganti della tecnologia statunitense erano all’avanguardia dell’attivismo, schierandosi apertamente contro le politiche della nuova amministrazione.

Oggi, dopo il ritorno al potere di Trump, il panorama è cambiato drasticamente: i lavoratori delle Big Tech, una forza lavoro perlopiù liberale e abituata a esprimersi, ora restano in silenzio, contenuti da nuove politiche aziendali che limitano i dibattiti interni e l’attivismo.

La ribellione di un tempo e la nuova era della moderazione

A fare il punto della situazione è il New York Times, che ricorda che nel 2017, con l’introduzione del travel ban contro sette paesi a maggioranza musulmana, i dirigenti delle principali aziende tech si erano apertamente opposti.

Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, aveva dichiarato pubblicamente il suo orgoglio per le sue origini migranti; Sergey Brin di Google si era unito alle proteste all’aeroporto di San Francisco; Sundar Pichai, CEO di Google, aveva applaudito i dipendenti che manifestavano nella sede aziendale.

La posizione comune delle Big Tech era chiara: un settore innovativo e diversificato non poteva restare indifferente a decisioni percepite come divisive e discriminatorie.

Oggi, invece, il messaggio aziendale è cambiato. Subito dopo l’annuncio della vittoria di Trump, i vertici delle principali Big Tech si sono limitati a congratulazioni formali sui social media, senza affrontare apertamente il tema con i propri dipendenti.

Lo stesso Pichai ha pubblicato un messaggio su X lodando la “vittoria decisiva” di Trump, ma al contempo ha ricordato ai dipendenti Google di non discutere di politica sul lavoro, ribadendo che la missione dell’azienda è di essere una fonte di informazioni imparziale per tutti.

Big Tech e la regolamentazione del dissenso

Dietro questo silenzio diffuso ci sono anni di politiche progressivamente più restrittive all’interno delle aziende tech, mirate a contenere l’attivismo e a ridurre la possibilità di dibattiti interni su questioni politiche.

Google, dal 2019, ha infatti implementato politiche severe per evitare discussioni politiche sul luogo di lavoro e quest’anno ha imposto restrizioni alla piattaforma Memegen, un tempo punto di ritrovo per commenti satirici tra i dipendenti.

Secondo fonti interne, Pichai avrebbe persino inviato un’e-mail ai suoi 181.000 dipendenti, sottolineando la necessità di mantenere il lavoro come uno spazio neutrale e produttivo, indipendentemente dai risultati elettorali.

Anche Meta ha preso misure analoghe, introducendo una politica traducibile in “aspettative di impegno comunitario” che vieta le discussioni sui principali temi politici e sociali, dall’aborto ai movimenti di giustizia razziale, fino ai conflitti internazionali.

A tal proposito ricordiamo che la moderazione di Facebook ha bloccato la pubblicazione dell’articolo che trovate qui sotto, che racconta di un movimento di dissenso politico formatosi in seno a Google.

In Amazon, i dirigenti hanno scelto di non affrontare l’argomento elettorale neanche nel recente incontro aziendale, preferendo concentrarsi su argomenti più pratici e legati alla crescita dell’azienda.

Dall’attivismo ai tagli e al lavoro in presenza

Questa nuova era di moderazione di Big Tech è anche il riflesso di un cambiamento di priorità nelle aziende tecnologiche, ormai focalizzate sull’efficienza.

I giganti della Silicon Valley hanno varato i più grandi piani di licenziamento della loro storia e richiesto un ritorno massiccio dei dipendenti in ufficio.

Un approccio che, nel tempo, ha indebolito l’immagine di questi colossi come luoghi di lavoro aperti e flessibili, sostituiti da una visione più pragmatica e orientata al profitto.

Con Trump di nuovo alla Casa Bianca, resta da vedere se le Big Tech saranno disposte a mantenere questa nuova neutralità o se torneranno a esporsi, specie se il Presidente darà seguito alla promessa di reintrodurre misure come il travel ban.

Quella che un tempo era una cultura aperta e pronta a schierarsi su questioni sociali sembra ora aver ceduto il passo a un contesto più contenuto e regolamentato, dove anche un post o un commento può essere motivo di moderazione o censura interna.

Ma ormai l’abbiamo capito tutti che Big Tech sono le grandi promotrici dello status quo, non è vero?

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