Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha scatenato un’insolita offensiva da parte dei giganti della tecnologia.
Dopo anni di scontri e accuse reciproche, i leader delle maggiori aziende del settore, da Google ad Amazon, ora sembrano determinati a conquistare il favore del presidente eletto, arrivando persino a sostenerlo finanziariamente.
La corsa a baciare l’anello
Tra i gesti più simbolici troviamo quello di Sam Altman, CEO di OpenAI, che ha donato un milione di dollari al comitato inaugurale di Trump.
Un gesto seguito anche da Mark Zuckerberg di Meta e ora anche Jeff Bezos di Amazon, che hanno contribuito con donazioni di pari importo.
Inoltre, Sundar Pichai, CEO di Google, ha pianificato un incontro con Trump, mentre Marc Benioff, capo di Salesforce e proprietario della rivista Time, ha celebrato la scelta della sua pubblicazione di nominare Trump “Persona dell’anno”.
Un passato turbolento
Il rapporto tra Trump e le grandi aziende tecnologiche è stato spesso conflittuale.
Durante il suo primo mandato, Trump aveva accusato Google e Meta di censura e aveva minacciato azioni legali contro di loro.
Bezos, in particolare, è stato uno dei bersagli preferiti dell’ex presidente, che lo aveva accusato di evasione fiscale e di sfruttare il Washington Post per interessi personali.
Gli ultimi segnali però suggeriscono un cambio di rotta. Bezos, che in passato aveva definito Trump “inappropriato per un candidato presidenziale”, ha recentemente dichiarato di essere ottimista riguardo al suo secondo mandato, elogiandone l’impegno per la deregolamentazione.
Obiettivi strategici
Dietro questi gesti di apertura si intravedono strategie ben precise.
I giganti tecnologici sperano probabilmente di beneficiare delle politiche pro-business promesse da Trump, tra cui una drastica riduzione della regolamentazione federale.
Per aziende come Amazon e Google, che hanno contratti miliardari con il governo, il ritorno di Trump potrebbe rappresentare un’opportunità per consolidare la propria posizione nei settori strategici, come il cloud computing.
Anche Altman di OpenAI sembra aver messo da parte le critiche passate. Dopo aver definito Trump una “minaccia per l’America” nel 2016, oggi lo sostiene, sperando di ottenere risorse federali per contrastare il predominio cinese nell’intelligenza artificiale.
“Trump guiderà il nostro paese nell’era dell’IA,” ha dichiarato Altman, sottolineando l’importanza di mantenere il primato tecnologico degli Stati Uniti.
Il risultato lo potete vedere nel video qui sotto, con Donald Trump che alle telecamere di Fox News dichiara “I’m having dinner with everybody. People like me now”.
@jessebwattersWinner, winner, chicken dinner: Billionaires are flocking to Mar-A-Lago to have dinner with Trump after his landslide presidential victory.♬ original sound – Jesse Watters
L’opportunismo di Bezos & Co.
Le donazioni al comitato inaugurale, che finanzierà i festeggiamenti per il giuramento del 20 gennaio, saranno rese pubbliche, evidenziando quanto i big della tecnologia siano disposti a investire per migliorare i propri rapporti con Trump. Amazon, oltre alla donazione, trasmetterà addirittura l’inaugurazione su Prime Video.
Non tutti, però, vedono queste manovre come un semplice tentativo di collaborazione. Gli osservatori più critici leggono in queste azioni una dimostrazione di opportunismo.
Marc Benioff, tradizionalmente associato a cause progressiste, ha sorpreso molti condividendo sui social la copertina di Time con Trump, definendola un simbolo di “grande promessa per la nazione”.
Elon Musk, da parte sua, si è distinto come il maggior donatore politico degli ultimi decenni e continuerà a lavorare con Trump nel suo secondo mandato, guidando il DOGE, ossia il comitato per la riduzione dei costi federali.
La corsa dei giganti tecnologici verso Trump riflette dunque il tentativo di riposizionarsi in un panorama politico che si preannuncia molto diverso.
Le promesse di deregolamentazione, l’apertura a settori emergenti come le criptovalute e il peso dei contratti governativi rappresentano incentivi troppo grandi per essere ignorati. Business is business, d’altronde…


