Per settimane Apple ha lavorato sottotraccia, contattando il dipartimento del Commercio, funzionari della Casa Bianca e alleati a Washington con una richiesta precisa. Ossia il via libera a comprare chip di memoria da CXMT, il produttore cinese che però il Pentagono ha inserito nella sua lista nera per i presunti legami con l’Esercito Popolare di Liberazione.
La notizia, anticipata dal Financial Times sulla base di sei fonti vicine al dossier, fotografa una contraddizione: il simbolo dell’industria tecnologica americana corteggia un fornitore che il suo stesso governo considera un rischio strategico. Il movente è uno solo, ed è scritto nei bilanci: difendere i margini.
La corsa all’IA ha ribaltato le memorie
Apple è schiacciata dai suoi stessi fornitori. Giovedì ha alzato i prezzi di MacBook e iPad, una mossa rara, attribuendola a costi della memoria diventati “insostenibili”. In una sola seduta ha però bruciato 263 miliardi di dollari (circa 230 miliardi di euro) di capitalizzazione, il secondo calo più pesante della sua storia.
Dietro c’è l’inversione del mercato che abbiamo già raccontato quando Samsung ha alzato i listini delle memorie fino al 60 per cento: la corsa ai data center per l’IA ha dirottato la capacità produttiva verso la memoria ad alta larghezza di banda (HBM), lasciando a secco la DRAM tradizionale dell’elettronica di consumo e facendone salire i prezzi.
Va aggiunta una precisazione che ridimensiona la narrazione di Cupertino. Il merito dei listini fermi, finora, va attribuito ai contratti a lungo termine e alle scorte comprate quando la DRAM costava poco, più che a una scelta di sacrificare i margini.
Lo ha ammesso lo stesso Cook con gli analisti: il cuscinetto di magazzino si sta esaurendo, ed è in quel momento che arrivano i rincari.
La garanzia che Apple non può ottenere
Comprare da CXMT, in teoria, è legale: nessuna norma lo vieta. Il problema è la lista 1260H del Pentagono, che raccoglie decine di gruppi cinesi accusati di legami con l’esercito. Quella lista comporta un danno reputazionale ma non conseguenze giuridiche dirette.
Diversa è la Entity List del dipartimento del Commercio, che blocca davvero l’export: lo scorso anno l’amministrazione aveva valutato di inserirvi CXMT, salvo soprassedere per non far saltare la tregua commerciale che Trump stava negoziando con Xi Jinping.
Ed è qui il punto. Apple non chiede solo un permesso, chiede la garanzia che CXMT non finisca mai nella Entity List, perché non può montare quei chip in milioni di dispositivi rischiando un embargo a metà strada. Che la garanzia arrivi, però, è tutt’altro che scontata.
A febbraio il Pentagono aveva aggiornato la 1260H per poi ritirarla entro un’ora, dopo che alla Casa Bianca era arrivata la notizia che qualcuno aveva tolto CXMT dall’elenco. Quando la lista è stata ripubblicata questo mese, l’azienda era di nuovo dentro.
Il Congresso pronto allo scontro
Sul fronte politico, la reazione è bipartisan e durissima. “La scelta di Apple di allearsi con un’azienda militare cinese sarebbe un grave errore”, ha dichiarato John Moolenaar, presidente repubblicano della commissione della Camera sulla Cina, avvertendo che aiutare Pechino a dominare le filiere critiche renderebbe l’economia americana più dipendente dalla Cina.
Non è la prima volta. Nel 2022, quando Apple valutò di rifornirsi dalla cinese YMTC, Marco Rubio disse che l’azienda “stava giocando col fuoco” e sarebbe stata “sottoposta a un controllo come non ne aveva mai visti dal governo federale”.
Michael Sobolik, dell’Hudson Institute, riassume l’obiezione strategica: non ha senso sganciare la dipendenza americana dai minerali critici cinesi per poi crearne una nuova in un campo decisivo come l’IA.
Più diretto un ex funzionario, che mette Trump davanti a una scelta: tenere viva la memoria americana per sicurezza e competitività, oppure buttarla nello scarico perché Cook possa spremere qualche punto di margine in più.
Tre aziende controllano tutto
Fuori dalla Cina, la memoria DRAM è nelle mani di soli tre attori: l’americana Micron, la sudcoreana Samsung e SK Hynix. È a loro che Apple si affida oggi.
CXMT, intanto, ha ottenuto il via libera per quotarsi a Shanghai e si candida a sfidare i tre colossi nel ruolo di campione nazionale cinese. La posta, allora, va tenuta su due piani distinti.
Sul piano economico c’è la convenienza immediata di Apple, stretta tra costi che salgono e margini da proteggere. Sul piano strategico c’è la decisione di Washington.
Aprire a un fornitore sussidiato da Pechino, in un settore che alimenta direttamente l’infrastruttura dell’IA, può alleggerire una filiera. Oppure consegnarne una nuova al rivale.
Fonte: Financial Times


