Patrick Schloesser stava per entrare in una riunione quando, su Zoom, è arrivata una telefonata a sorpresa. Dall’altra parte un rappresentante delle Risorse Umane di Amazon, che gli chiedeva dove si trovasse e cosa avesse detto, pochi giorni prima, davanti al Consiglio comunale di Seattle.
Insieme a Schloesser, altri due colleghi (Darius Irani e Liesl Wigand) hanno ricevuto convocazioni analoghe. Tutti e tre avevano testimoniato a favore di una stretta sui data center. Tutti e tre, ora, sono sotto indagine interna.
Cosa hanno detto
All’inizio di giugno i tre ingegneri del software avevano parlato alle udienze comunali a sostegno di una regolamentazione degli impianti.
Prima ancora di entrare nel merito, si erano cautelati: avevano aperto la testimonianza citando una legge che a Seattle vieta di discriminare i dipendenti per le loro opinioni politiche, una tutela rara negli Stati Uniti, dove pochissime giurisdizioni proteggono su questo terreno i lavoratori del settore privato. Sapevano insomma di muoversi su un terreno scivoloso.
Una settimana più tardi, e il giorno dopo che il Consiglio aveva approvato una moratoria di un anno sui grandi impianti, sono arrivati i colloqui. “Non sono disposto ad accettare una realtà in cui Amazon, o qualunque altra azienda, possa mettermi a tacere mentre esercito i miei diritti”, ha detto Schloesser. “Non torneremo in riga”.
La versione di Amazon
Amazon offre una lettura diversa. La portavoce Margaret Callahan spiega che i dipendenti sono liberi di parlare del proprio ambiente di lavoro, ma che esistono regole contro chi si presenta come portavoce dell’azienda senza autorizzazione.
L’indagine, dice, serve a verificare un’eventuale violazione, e ha poi aggiungo che “non tolleriamo comportamenti ritorsivi”. La Callahan ha poi negato che esistano piani per licenziare i tre.
Resta però un dettaglio: davanti al Consiglio, Schloesser e gli altri si erano presentati con il proprio ruolo e con l’appartenenza ad Amazon Employees for Climate Justice (AECJ), il gruppo interno sul clima, mai come portavoce dell’azienda. La regola invocata, nei fatti, riguarda una cosa che non è successa.
Perché Seattle si è fermata
Due mesi fa, quattro aziende non identificate hanno depositato proposte per cinque data center dentro i confini cittadini. Sommati, avrebbero richiesto fino a un terzo dell’elettricità che Seattle consuma in media ogni giorno, dieci volte gli impianti già attivi.
Rumore, consumo d’acqua, bollette in salita: sono le stesse lamentele che da mesi accompagnano la costruzione di questi giganti in tutto il Paese, da Memphis alla Virginia. A Seattle il tema pesa il doppio, perché in città hanno sede sia Amazon sia Microsoft.
“Tutto ciò che avevo fatto era dire che l’IA e i data center andrebbero regolamentati”, ha detto Irani.
La cultura della paura
Schloesser racconta che la ritorsione non lo ha sorpreso. Descrive un clima costruito sui licenziamenti, sui piani di miglioramento delle prestazioni, sulle graduatorie che mettono i dipendenti in competizione tra loro e sulle quote di abbandono “non rimpianto”, la percentuale di uscite che l’azienda mette in conto come fisiologica.
“Se hai paura di perdere il lavoro solo facendo ciò che ci si aspetta ogni giorno”, dice, “è molto improbabile che tu sia disposto a esporti. Anche quando è una forma di espressione tutelata dalla legge”.
È il meccanismo che rende il caso rilevante oltre i confini di Seattle: alcuni dipendenti chiedono regole sul settore in cui lavorano, e l’azienda risponde aprendo un’indagine su di loro.
La portavoce di AECJ, Eliza Pan, lo dice senza giri di parole: i lavoratori tech devono poter parlare, “così che gli amministratori delegati non possano semplicemente travolgerci tutti per ottenere ciò che vogliono”.
Fonte: The Verge


