Intel ha annunciato il ritiro del CEO Pat Gelsinger, effettivo da ieri, segnando la fine di una carriera che ha definito l’industria tecnologica per oltre quattro decenni.
Gelsinger, che lascia anche il suo posto nel Consiglio di amministrazione, ha guidato l’azienda in un momento di profonda trasformazione, affrontando sfide strutturali e di mercato con decisioni ambiziose e non sempre fruttuose.
La leadership sarà temporaneamente affidata a due figure di spicco dell’azienda: David Zinsner, attuale CFO, e Michelle Johnston Holthaus, che ricoprirà il nuovo ruolo di CEO di Intel Products.
Quest’ultima divisione consolida il controllo sui segmenti chiave del business, dai computer client ai data center, passando per l’IA, il networking e l’edge computing. Frank Yeary, presidente indipendente del consiglio, assumerà il ruolo di executive chair temporaneo.
Una carriera straordinaria
Pat Gelsinger è entrato in Intel a soli 18 anni, contribuendo allo sviluppo del processore 80486 e divenendo, a 32 anni, il più giovane vicepresidente nella storia dell’azienda.
Dopo esperienze in EMC e VMware, Gelsinger era tornato in Intel nel 2021 con l’obiettivo di rilanciare l’azienda in un mercato dominato da concorrenti come TSMC e Samsung.
Sotto la sua guida, l’azienda ha investito massicciamente nella costruzione di nuovi impianti produttivi e nel tentativo di riconquistare la leadership tecnologica persa negli anni. Gelsinger ha definito il piano di rilancio “il più audace della storia aziendale”.
I problemi di Intel
Intel ha affrontato numerosi problemi che ne hanno ostacolato il rilancio, a cominciare dal mancato ingresso nel mercato degli smartphone, dove l’azienda ha tardato a investire adeguatamente, perdendo l’opportunità di competere efficacemente con aziende come Qualcomm e TSMC.
Inoltre, la cancellazione del progetto Larrabee ha impedito a Intel di sviluppare una GPU in grado di supportare le applicazioni di IA, lasciando campo libero a concorrenti come NVIDIA.
La mancanza di focus sulla creazione di un servizio di fonderia efficiente ha ulteriormente limitato la capacità di Intel di competere nel mercato dei semiconduttori.
Gelsinger ha anche commesso passi falsi nelle relazioni con partner chiave; ad esempio, ha compromesso il rapporto con TSMC rilasciando dichiarazioni pubbliche sulla stabilità di Taiwan che hanno portato TSMC a revocare sconti significativi concessi a Intel, riducendo così i margini di profitto dell’azienda.
Inoltre, Gelsinger ha fissato aspettative elevate per le capacità produttive e di IA di Intel, che però l’azienda non è riuscita a soddisfare, perdendo o annullando contratti e non riuscendo a consegnare i prodotti promessi.
Questi problemi hanno portato a una significativa perdita di quote di mercato e a una diminuzione della fiducia degli investitori, col risultato che l’azienda che un tempo dominava il mercato dei processori, è stata costretta a rivedere le proprie priorità e a preservare liquidità per finanziare il piano di trasformazione.
Un fallimento ben finanziato
Gli Stati Uniti hanno spesso criticato la Cina per l’erogazione di sussidi statali alle proprie aziende, ritenendo che tali pratiche distorcano la concorrenza internazionale. Anche l’Unione Europea ha accusato Pechino di sostenere industrie strategiche con sussidi che portano a una sovrapproduzione e a un abbassamento artificiale dei prezzi sul mercato globale.
In risposta a queste pratiche, l’Occidente ha imposto dazi su vari prodotti cinesi, come acciaio, alluminio e auto elettriche, per proteggere le proprie industrie dalla concorrenza ritenuta sleale.
Allo stesso tempo, dobbiamo osservare che gli Stati Uniti hanno implementato il CHIPS and Science Act, stanziando oltre 52 miliardi di dollari per incentivare la produzione domestica di semiconduttori e ridurre la dipendenza dalle importazioni, in particolare dalla Cina.
E a beneficiarne è stata anche Intel. Recentemente, il Dipartimento del Commercio ha finalizzato una sovvenzione di 7,86 miliardi di dollari per sostenere la produzione di semiconduttori in Arizona, New Mexico, Ohio e Oregon.
In aggiunta a quanto scritto, va ricordato che a marzo 2024 era stato annunciato un accordo preliminare per 8,5 miliardi di dollari in finanziamenti diretti e fino a 11 miliardi in prestiti per Intel, destinati alla costruzione e modernizzazione di impianti produttivi.
Transizione e futuro
Il giudizio sull’operato di Intel negli ultimi anni non può dunque che essere impietoso.
Non ha intercettato il mercato mobile, non ha intercettato il fenomeno dell’intelligenza artificiale (in un momento storico in cui i concorrenti fanno fatica a evadere gli ordini, tanta è la richiesta), e non sta riuscendo a proporsi in maniera credibile come una fonderia di chip per conto terzi. Questo, nonostante miliardi di dollari di sussidi statali (chiamiamoli col loro nome).
A farne le spese, come sempre accade, sono stati i dipendenti. Ad agosto l’azienda ha annunciato il licenziamento di circa 15.000 dipendenti, pari al 15% della sua forza lavoro globale, come parte di un piano di riduzione dei costi volto a risparmiare 10 miliardi di dollari entro il 2025. La maggior parte dei licenziamenti dovrebbe essere completata entro la fine del 2024.
Il Consiglio di amministrazione di Intel ha formato un comitato di ricerca per selezionare un nuovo CEO, con l’obiettivo di consolidare la strategia e riconquistare la fiducia degli investitori.
“Siamo impegnati a mettere il nostro gruppo prodotti al centro di tutto ciò che facciamo. I nostri clienti ce lo chiedono, e noi risponderemo alle loro aspettative,” ha dichiarato Yeary.
Nel congedarsi, Gelsinger ha definito il suo periodo alla guida di Intel come “un onore” e “una sfida che ha plasmato la sua vita professionale”.
Con la sua partenza, Intel entra in una nuova era, consapevole che il percorso per tornare ai vertici del settore sarà tutt’altro che semplice.


