Lo ammettiamo, ci aspettavamo da parte di Meta una resistenza più convinta, una difesa più strenua. Solamente tre giorni fa dedicavamo una news all’inizio di un processo potenzialmente esplosivo, ma ecco che è già tutto finito.
Zuckerberg ha oggi ha infatti deciso di chiudere con grande celerità una delle vertenze legali più delicate nella storia dell’azienda: quella che ruota attorno allo scandalo Cambridge Analytica e al sospetto che, nel 2019, la società abbia pagato un conto salatissimo pur di proteggere personalmente Mark Zuckerberg.
L’intesa raggiunta con i membri attuali ed ex del consiglio di amministrazione mette fine alla causa senza che il dibattimento prosegua in aula.
Nessun dettaglio economico è stato ancora reso pubblico ma la somma al centro del contendere era imponente: si parlava di 8 miliardi di dollari richiesti dagli azionisti, come risarcimento al danno arrecato alla società.
Il punto più controverso riguardava il pagamento da 5 miliardi di dollari che Facebook, com’era allora nota Meta, accettò nel 2019 per chiudere il contenzioso con la Federal Trade Commission.
Un esborso che, secondo gli investitori, sarebbe stato motivato più dal desiderio di tutelare la figura del fondatore e CEO, che non da necessità giuridiche oggettive.
In altre parole: Meta avrebbe sovrapagato per evitare che Zuckerberg finisse coinvolto direttamente nelle accuse mosse dall’autorità americana.
Cambridge Analytica e le responsabilità ignorate
Il caso è figlio diretto dello scandalo Cambridge Analytica, la società di consulenza politica che aveva raccolto, senza consenso, dati di milioni di utenti Facebook attraverso app di terze parti.
Quei dati finirono al servizio della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, alimentando un’ondata di polemiche globali sulla gestione della privacy da parte dei colossi tech.
Secondo gli azionisti, i vertici di Meta avrebbero ignorato segnali di allarme evidenti sulla condotta della società britannica, e anziché affrontare le conseguenze legali, avrebbero spinto per un accordo lampo con la FTC, a condizioni onerose, ma con una condizione inamovibile: nessuna responsabilità personale per Zuckerberg.
A confermare questa strategia è stato Jeffrey Zients, ex membro del consiglio di amministrazione, che durante la prima udienza ha ammesso come il board volesse “chiudere la questione” il prima possibile per tornare a concentrarsi sulla crescita dell’azienda.
Per farlo, avrebbe dato mandato agli avvocati di trattare un accordo che mettesse al riparo il fondatore. Secondo Zients, il consiglio non aveva elementi per ritenere Zuckerberg coinvolto nelle violazioni, e ne riconosceva l’importanza strategica per il futuro della società.
Un finale silenzioso per il processo a Zuckerberg
Il procedimento, iniziato appena 24 ore prima, si sarebbe dovuto sviluppare in otto giorni e prevedeva la testimonianza dei principali protagonisti della Silicon Valley: da Zuckerberg a Sheryl Sandberg, passando per Marc Andreessen, ancora oggi membro del board.
Ma con l’accordo ormai raggiunto, nessuno di loro sarà chiamato in aula. La vicenda si chiude così, lontana dai riflettori, con un compromesso che salva tutti da una possibile esposizione mediatica e giudiziaria.
Resta il dubbio su quanto davvero l’interesse della società e dei suoi utenti sia stato messo al primo posto in questa vicenda.
E resta anche una lezione per l’intera industria tecnologica: quando si tratta di privacy, accountability e potere, tutto è lecito. Basta poi mettersi d’accordo, in separata sede.


