Mark Zuckerberg nei prossimi giorni sarà il protagonista involontario di uno dei processi più clamorosi della storia della Silicon Valley.
A Wilmington, in Delaware, questa settimana si aprirà infatti un procedimento legale in cui il CEO di Meta verrà accusato, insieme ad altri ex dirigenti, di aver gestito Facebook come un’impresa illegale, consentendo la raccolta massiva di dati personali degli utenti senza consenso.
In ballo ci sono oltre 8 miliardi di dollari, che gli azionisti chiedono vengano rimborsati alla società in seguito allo scandalo Cambridge Analytica.
A trascinarlo in aula saranno gli stessi investitori di Meta, inclusi importanti fondi pensione come il CalSTRS, che contestano ai vertici storici del gruppo di aver ignorato sistematicamente l’accordo stipulato nel 2012 con la Federal Trade Commission.
Quell’accordo imponeva a Facebook regole precise sulla protezione della privacy degli utenti, che secondo l’accusa sarebbero state aggirate in modo consapevole.
Uno scandalo che torna dal passato
Il procedimento ruota intorno a fatti risalenti a più di dieci anni fa, ma che hanno segnato la traiettoria di Meta e il dibattito globale sulla privacy.
Al centro del processo c’è la gestione dei dati da parte di Facebook prima e dopo lo scandalo Cambridge Analytica, la società di consulenza politica che lavorò alla campagna di Donald Trump nel 2016, accedendo ai profili di milioni di utenti a loro insaputa.
Nel 2019, Meta ha già pagato un conto salatissimo: 5 miliardi di dollari di multa alla FTC, la più alta mai inflitta per violazione della privacy. Ora però gli azionisti vogliono che siano Zuckerberg e i suoi collaboratori a rimborsare quella cifra e gli altri costi legati alla vicenda.
Tra gli imputati, oltre all’ex COO Sheryl Sandberg, ci sono nomi noti all’ecosistema tech e ai lettori di TechTalking: Marc Andreessen (A16z), Peter Thiel (Palantir) e Reed Hastings (Netflix). Tutti ex membri del consiglio di amministrazione accusati di aver voltato le spalle al proprio dovere di vigilanza.
“Possiamo fidarci di Zuckerberg?”
Il processo non coinvolge formalmente Meta come società ma mette in discussione la leadership e le scelte etiche del suo fondatore.
Il punto non è solo cosa è accaduto ma cosa sapevano i vertici e quando lo hanno saputo. “C’è chi sostiene che sia impossibile evitare Facebook e Instagram nella nostra vita quotidiana”, ha osservato un esperto di media digitali. “Ma possiamo davvero fidarci di Mark Zuckerberg?”
Una domanda che pesa ancora di più oggi, con Meta sotto osservazione per come sta addestrando i suoi modelli di intelligenza artificiale utilizzando dati generati dagli utenti. Dal 2019 l’azienda afferma di aver investito miliardi di dollari per rafforzare i propri standard di tutela della privacy ma il passato, come dimostra questo processo, torna sempre a presentare il conto.
L’accusa più difficile del diritto societario
Dal punto di vista legale, il processo rappresenta un unicum: è probabilmente il primo nella storia a portare in aula l’accusa (considerata tra le più difficili da provare) secondo cui un consiglio d’amministrazione avrebbe “completamente fallito” nel proprio dovere di sorveglianza.
I querelanti sostengono che Zuckerberg e Sandberg abbiano scientemente consentito a Facebook di violare la legge, per quanto in modo profittevole. E qui entra in gioco la legge del Delaware, che protegge gli amministratori per decisioni aziendali sbagliate, ma non per condotte illegali.
Secondo gli investitori, dopo l’accordo del 2012 Facebook avrebbe proseguito con pratiche ingannevoli sotto la direzione diretta di Zuckerberg. Dal canto loro, gli imputati affermano che l’azienda costruì un team dedicato alla privacy, assunse un auditor esterno e fu, semmai, vittima del “raggiro studiato” di Cambridge Analytica.
L’accusa di insider trading
Ma i problemi per Zuckerberg non si fermano qui. I querelanti sostengono anche che Zuckerberg, avendo previsto il crollo delle azioni Meta a seguito dello scandalo, abbia venduto parte delle sue quote realizzando un profitto di almeno un miliardo di dollari.
La difesa replica che l’operazione era parte di un piano di trading automatico volto a evitare accuse di insider trading, e che i proventi erano destinati a finalità filantropiche.
Chi abbia ragione, lo stabilirà il giudice. Ma intanto, in un’aula del Delaware, si giudica qualcosa di più ampio: il rapporto tra potere tecnologico, trasparenza e fiducia. E soprattutto, si giudica una figura centrale della nostra epoca, finita già molte volte in un’aula di tribunale: Mark Zuckerberg.


