World Liberty, flop al debutto per il progetto crypto dei figli di Trump

by | 2 Set 2025 | Business

Eric trump. foto: wikimedia commons
Tempo di lettura: 3 minuti

Per capire cos’è successo col debutto del token della famiglia Trump, bisogna fare prima un passo indietro. E spiegare che un token digitale è un gettone informatico registrato su una blockchain, termine che indica un registro distribuito che garantisce sicurezza e trasparenza alle transazioni.

A differenza delle criptovalute classiche come bitcoin, che nascono con la vocazione a essere usate come denaro, i token possono assumere ruoli diversi: rappresentare quote di partecipazione a un progetto, dare diritti di voto, funzionare come strumento di scambio o persino certificare beni reali trasformandoli in asset digitali.

In altre parole, un token vale non per quello che è in sé ma per il contesto in cui si inserisce: può diventare una moneta, un titolo azionario virtuale, un lasciapassare per servizi o, come spesso accade, un oggetto di pura speculazione.

Cos’è World Liberty Financial

In questo scenario si colloca World Liberty Financial (WLF), il progetto lanciato nel 2023 dai figli di Donald Trump insieme ad alcuni partner commerciali.

I co-founder ufficiali sono Eric Trump, Donald Trump Jr. e Barron Trump, mentre l’attuale presidente degli Stati Uniti figura come “co-founder emeritus”. La gestione quotidiana è affidata a un team operativo guidato dai tre fratelli, affiancati da soci come Zachary Folkman, Chase Herro e Zach Witkoff.

(Steve Witkoff, padre di Zach, è stato nominato inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente da Donald Trump. Ha diretto negoziati complessi, tra cui uno scambio di ostaggi fra Israele e Hamas e colloqui con la Russia riguardo all’Ucraina. ndR)

WLF è una piattaforma di finanza decentralizzata che si regge su due pilastri. Da un lato ci sono i World Liberty token ($WLFI), il cuore identitario del progetto. Nati inizialmente come strumenti di governance, servivano ai detentori per votare su modifiche interne, come l’aggiornamento del codice.

In realtà, il loro principale richiamo è stato sin da subito il legame diretto con la famiglia Trump, garanzia di visibilità e – almeno sulla carta – di crescita di valore.

Accanto ai token speculativi, WLF ha introdotto anche una stablecoin, cioè una moneta digitale stabile ancorata al dollaro. Meno scintillante dal punto di vista finanziario, ma più utile nella pratica, serve per consentire transazioni quotidiane all’interno della piattaforma senza i rischi tipici della volatilità crypto.

In sostanza, $WLFI è l’asset da investimento e speculazione, la stablecoin è lo strumento di stabilità operativa.

Il debutto in borsa e la prima caduta

Definito il contesto generale, passiamo alla notizia vera e proprio. Ossia che ieri c’era una grande attesa per il primo giorno di contrattazioni sui mercati di $WLFI.

I token sono stati quotati su alcune delle principali piattaforme globali, tra cui Binance, OKX e Bybit, con un prezzo iniziale poco sopra i 0,30 dollari. L’euforia, però, è durata poco: già nel pomeriggio le quotazioni sono scese, chiudendo la giornata a circa 0,246 dollari, in calo del 12% rispetto all’apertura.

Nonostante la flessione, la capitalizzazione complessiva di mercato si è attestata appena sotto i 7 miliardi di dollari, posizionando WLFI come la 31ª criptovaluta più grande al mondo in termini di valore, secondo i dati di CoinGecko.

La possibilità di scambiare i token è arrivata dopo un voto degli stessi investitori, che a luglio avevano deciso di aprire le porte alla negoziazione. World Liberty ha chiarito che i primi sottoscrittori potranno vendere fino al 20% delle proprie quote, alimentando così la liquidità del mercato.

La mossa non solo permette al prezzo di essere determinato dalla domanda e dall’offerta, ma apre la strada alla speculazione e genera commissioni di trading per gli exchange che hanno deciso di listare il token.

Guadagni record e conflitto di interessi

Secondo un’analisi di Reuters, basata sui termini e sulle condizioni della piattaforma, transazioni monitorate da società di analisi crittografica e accordi resi pubblici, la famiglia Trump avrebbe già guadagnato circa 500 milioni di dollari dal progetto World Liberty.

Una cifra enorme per un’iniziativa nata appena un anno fa, e che dimostra l’appeal esercitato dall’operazione sul mercato. Questo successo, però, non è privo di ombre e non è difficile scorgere il conflitto d’interesse presidenziale.

Trump, da quando è iniziato il suo secondo mandando come presidente degli Stati Uniti, sta infatti ridisegnando il quadro regolatorio che governa le criptovalute mentre, contemporaneamente, i suoi figli traggono profitto diretto da uno dei progetti crypto più discussi del momento.

La Casa Bianca ha ribadito più volte che gli asset del presidente sono custoditi in un trust gestito dai suoi figli e che quindi non esistono conflitti di interesse. Ma è proprio questo il punto che solleva le maggiori perplessità.

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È difficile infatti immaginare che un presidente (e, in questo caso, anche un padre) possa prendere decisioni cruciali sul futuro delle criptovalute senza considerare le ricadute dirette che queste avrebbero sul patrimonio dei suoi figli e, di riflesso, sul proprio.

Il coinvolgimento di Eric, Donald Jr. e Barron Trump in World Liberty Financial rende inevitabile il sospetto che ogni mossa regolatoria dell’amministrazione possa finire per tradursi in un vantaggio competitivo per la loro piattaforma.

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