La Cina cambia rotta: stablecoin in yuan per sfidare il dollaro

by | 21 Ago 2025 | Business

illustrazione: chatgpt
Tempo di lettura: 3 minuti

Per la prima volta, Pechino sta valutando l’introduzione di stablecoin ancorate allo yuan. Si tratta di una decisione che, se confermata, segnerebbe un cambio di rotta clamoroso per un Paese che nel 2021 aveva vietato il trading e il mining di criptovalute proprio per tutelare la stabilità del proprio sistema finanziario.

La mossa, secondo fonti vicine al dossier, punta a rafforzare l’internazionalizzazione della valuta cinese e a ridurre il gap con gli Stati Uniti, che dall’insediamento di Trump stanno spingendo per legittimare le stablecoin ancorate al dollaro.

Il piano, attualmente all’esame del Consiglio di Stato, dovrebbe includere una roadmap con obiettivi precisi sull’uso dello yuan nei mercati globali e linee guida per i regolatori domestici. A guidare l’attuazione ci saranno la Banca Popolare di Cina e le autorità finanziarie locali, con Hong Kong e Shanghai individuate come poli strategici per sperimentare e accelerare la diffusione delle nuove soluzioni digitali.

La tempistica non sembra casuale: entro la fine del mese la leadership cinese terrà una sessione di studio dedicata proprio al tema dell’internazionalizzazione dello yuan e alle stablecoin, sempre più utilizzate nel commercio e nei pagamenti transfrontalieri. È in quell’occasione che i vertici politici potrebbero fissare i confini entro cui sviluppare l’iniziativa.

Il peso del dollaro e la fragilità dello yuan

A rendere evidente la sfida c’è un dato: secondo la rete di pagamenti SWIFT, la quota dello yuan nei pagamenti internazionali è scesa al 2,88% a giugno, il livello più basso degli ultimi due anni. Nello stesso periodo, il dollaro ha mantenuto una quota dominante del 47,19%. Uno squilibrio enorme, soprattutto se rapportato al fatto che la Cina è la seconda economia mondiale.

Questa sproporzione non nasce dal nulla. Da un lato ci sono i rigidi controlli sui capitali, che limitano i flussi in entrata e in uscita dal Paese e che rendono difficile per lo yuan affermarsi come valuta di riferimento globale. Dall’altro, il dollaro continua a essere la valuta di riserva per eccellenza, beneficiando di un ecosistema finanziario aperto, di un mercato liquido e della fiducia accumulata in decenni di utilizzo.

Le stablecoin, ancorate a valute fiat (ossia emesse da Stati o da banche centrali, ndR) ma trasferibili in tempo reale attraverso la blockchain, hanno finora visto un dominio assoluto del dollaro. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, oltre il 99% dell’offerta globale è legata alla valuta americana. Per questo motivo, l’apertura di Pechino al mondo delle stablecoin rappresenta un tentativo di recuperare terreno e contrastare l’egemonia finanziaria statunitense.

L’effetto Trump e il Genius Act

Il parallelo con Washington è inevitabile. Pochi giorni dopo il suo reinsediamento a gennaio, Donald Trump ha dato il via libera politico alle stablecoin, sostenendole come strumento utile a rafforzare il dollaro nell’arena globale. Da lì è nato il Genius Act, una cornice normativa che, per la prima volta, legittima le criptovalute ancorate al dollaro e stabilisce regole chiare per gli emittenti.

L’iniziativa americana ha avuto un impatto immediato: ha fornito certezza regolatoria agli operatori, attirato investimenti e accelerato lo sviluppo di infrastrutture in grado di integrare le stablecoin nei sistemi di pagamento tradizionali. Un passo che, agli occhi di Pechino, rischia di reiterare il dominio del dollaro anche nell’universo digitale.

Ecco allora spiegata la reazione cinese, che vuole Pechino costruire una propria alternativa in yuan, pronta a inserirsi nei flussi di commercio internazionale e a trovare spazio nelle piattaforme fintech. Non a caso, tra le ipotesi allo studio figura l’utilizzo delle stablecoin per regolare transazioni cross-border, con un focus particolare sugli scambi nell’area asiatica e nei Paesi partner della Shanghai Cooperation Organisation, che si riunirà a Tianjin a fine agosto.

Una nuova corsa monetaria globale

Il mercato delle stablecoin, oggi valutato circa 247 miliardi di dollari, resta ancora piccolo se paragonato alla finanza tradizionale. Ma secondo Standard Chartered potrebbe crescere fino a 2.000 miliardi entro il 2028.

Si tratta di un potenziale che spiega la corsa delle due superpotenze a posizionarsi in anticipo, trasformando quello che era nato come strumento di nicchia per i trader crypto in un’arma geopolitica.

Per la Cina, la scommessa è complessa: i controlli sui capitali restano una barriera difficile da superare, e senza un allentamento delle restrizioni lo yuan rischia di restare ai margini nonostante gli sforzi digitali. Per gli Stati Uniti, invece, la sfida è regolatoria: riuscire a conciliare innovazione e stabilità senza soffocare un settore che si muove a velocità esponenziale.

Quel che è certo è che le stablecoin sono diventate terreno di scontro diretto tra Washington e Pechino. E la posta in gioco non è solo il futuro delle criptovalute, ma la leadership sul denaro digitale che dominerà i prossimi decenni.

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