A Washington cresce l’allarme politico, a Wall Street l’entusiasmo finanziario. Mentre il Congresso chiede nuove barriere per fermare il flusso di capitali verso la Cina, gli investitori statunitensi stanno aumentando l’esposizione alle aziende cinesi dell’intelligenza artificiale.
È un paradosso sempre più evidente: da un lato la retorica della sicurezza nazionale, dall’altro la convinzione che il prossimo ciclo di crescita dell’IA non possa prescindere dalla Cina.
Il corto circuito tra politica e mercato è ormai esplicito, e per ora è il secondo a prevalere.
Perché la Cina piace (di nuovo) a Wall Street
Dopo anni di diffidenza, alimentata da tensioni geopolitiche, strette regolatorie e crisi immobiliari, la Cina è tornata a sembrare interessante. Il motivo è semplice: i modelli di intelligenza artificiale sviluppati da aziende cinesi hanno dimostrato, nel corso dell’ultimo anno, di poter competere con quelli statunitensi.
Il caso più citato è DeepSeek, che ha contribuito a cambiare la percezione dell’IA “made in China” tra gli investitori internazionali. Non sul terreno dei chip più avanzati o dei modelli più potenti, dove gli Stati Uniti restano avanti, ma sulla capacità di applicare l’IA in modo rapido, industriale e diffuso.
È qui che Wall Street vede un’opportunità che non vuole perdere. “La Cina è un mercato enorme”, ha spiegato Jialong Shi di Nomura, prevedendo un afflusso crescente di capitali americani.
A rafforzare questa tendenza contribuiscono anche i mercati finanziari: secondo BlackRock, nel corso dell’anno i flussi verso gli ETF tecnologici cinesi hanno superato quelli diretti verso il settore tech statunitense. A luglio, gli investitori USA rappresentavano già il 15% dei nuovi capitali affluiti in questi strumenti.
Alibaba, Tencent e Baidu come cartina di tornasole
Il simbolo più evidente di questo cambio di clima resta Alibaba. Il titolo ha guadagnato oltre l’80% dall’inizio dell’anno, raggiungendo i massimi degli ultimi quattro anni, spinto anche dall’annuncio di un piano di investimenti da 53 miliardi di dollari in tre anni per infrastrutture di intelligenza artificiale e ricerca sull’intelligenza artificiale generale.
Ma Alibaba non è sola. Anche Tencent e Baidu, entrambe impegnate nello sviluppo e nel dispiegamento di grandi modelli linguistici al centro dell’IA generativa, hanno visto le proprie azioni salire di quasi il 50%. È un segnale chiaro: il mercato non sta scommettendo su un singolo campione, ma su un intero ecosistema.
Non a caso, grandi gestori statunitensi come Vanguard, BlackRock e Fidelity hanno aumentato le proprie partecipazioni in Alibaba, in particolare nelle azioni quotate a Hong Kong.
Ed hedge fund come quello di David Tepper hanno fatto del gruppo uno dei pilastri dei portafogli, con Alibaba arrivata a rappresentare la principale partecipazione quotata di Appaloosa.
Mercati pubblici caldi, venture capital ancora congelato
C’è però una distinzione netta da fare. L’interesse statunitense per l’IA cinese riguarda quasi esclusivamente i mercati pubblici. Gli investitori americani possono acquistare azioni quotate di società cinesi dell’IA senza restrizioni formali, mentre il venture capital resta in gran parte congelato.
I numeri raccontano bene la frattura: nel 2022 i fondi di venture capital focalizzati sulla Cina avevano raccolto circa 16 miliardi di dollari. Oggi quella cifra si è ridotta a circa 830 milioni. Le regole introdotte dall’amministrazione Biden, che vietano gli investimenti statunitensi in aziende private cinesi attive in settori sensibili come l’IA avanzata e il calcolo quantistico, hanno reso il terreno estremamente scivoloso.
I fondi in dollari continuano a nascere ma il capitale arriva soprattutto da Europa, Medio Oriente e resto dell’Asia. Gli Stati Uniti, in questo segmento, restano alla finestra.
Il fattore Trump e il rischio geopolitico
Sul tavolo incombe ovviamente la politica. Il National Defense Authorization Act appena approvato dalla Camera assegna al presidente degli Stati Uniti nuovi poteri per ampliare ulteriormente le restrizioni agli investimenti in Cina.
Il provvedimento consente di rafforzare le regole già esistenti, di imporre maggiore trasparenza su come i capitali americani stiano sostenendo lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Cina e di estendere i divieti a tecnologie sensibili come quelle legate alle armi ipersoniche.
Il messaggio è chiaro: “gli investimenti che sostengono l’aggressione della Cina comunista devono finire”, ha detto lo speaker della Camera Mike Johnson. Ma per ora i mercati sembrano scommettere su un equilibrio instabile, in cui la competizione strategica non riesce a spegnere la logica del profitto.
Come ha osservato un gestore, la Cina è ormai un grande player dell’intelligenza artificiale, scambia a sconto rispetto agli Stati Uniti e, in questo scenario, “gli investitori rischiano di restare fuori”.
Fonte: The Wall Street Journal


