L’ordine esecutivo con cui Donald Trump sta provando prova a neutralizzare le leggi statali sull’intelligenza artificiale si inserisce perfettamente nel paradosso che sta attraversando la politica americana.
Da un lato c’è un presidente che ha scelto di puntare tutto sull’IA come motore della crescita, dall’altro una frattura sempre più visibile con Stati, tribunali e con una parte non marginale della sua stessa coalizione politica.
Il provvedimento, che autorizza le agenzie federali a fare causa agli Stati e a trattenere fondi da quelli le cui normative sull’IA vengono giudicate un freno all’innovazione, è stato salutato con favore dalle Big Tech ma ha immediatamente acceso un conflitto istituzionale e politico destinato a durare.
I fondi BEAD e la base rurale di Trump
Il punto più sensibile dell’ordine riguarda il programma Broadband Equity, Access, and Deployment (BEAD), il piano federale da 42 miliardi di dollari pensato per portare la banda larga nelle aree meno servite del Paese.
L’amministrazione vorrebbe usare i suoi fondi come leva, escludendo gli Stati che adottano regolazioni sull’IA considerate troppo restrittive. Una scelta che rischia però di colpire direttamente l’elettorato rurale, uno dei pilastri del consenso trumpiano.
Nel 2024 Trump ha vinto nelle aree rurali con un margine di 40 punti percentuali, e proprio lì i fondi BEAD sono considerati essenziali per ridurre il divario digitale.
Legare l’accesso a quelle risorse alla deregolamentazione dell’IA significa trasformare una questione tecnologica in un problema politico ed elettorale molto concreto.
La sfida dei democratici: “Ci vedremo in tribunale”
Dal fronte democratico la reazione è stata immediata e frontale. Scott Wiener, senatore dello Stato della California e autore della legge statale SB 53 sull’IA, non ha usato mezzi termini: “È assurdo che Trump pensi di poter usare il Dipartimento di Giustizia e il Dipartimento del Commercio come armi per minare i diritti degli Stati”. Wiener ha aggiunto che “se l’amministrazione Trump proverà a far rispettare questo ordine ridicolo, ci vedremo in tribunale”.
Una linea condivisa anche a New York, dove il deputato Alex Bores ha accusato il presidente di stare “spalancando la porta” a uno sviluppo dell’IA “fuori controllo” e ha chiesto al Congresso di intervenire prima che sia troppo tardi.
Per i democratici, l’ordine esecutivo rappresenta un tentativo esplicito di svuotare le competenze statali senza passare dal Parlamento.
Le crepe nel fronte repubblicano
Ma la novità più rilevante è che la resistenza non arriva solo da sinistra. Anche nel campo repubblicano emergono posizioni critiche, soprattutto tra i governatori che rivendicano l’autonomia degli Stati.
Ron DeSantis ha già definito in passato un tentativo simile di bloccare la regolazione statale come un “sussidio a Big Tech”, opponendosi all’idea di fermare le leggi locali senza offrire “uno schema normativo coerente”.
Il governatore della Florida sta lavorando a una propria proposta di AI Bill of Rights che include tutele su privacy dei dati, controlli parentali e protezione dei consumatori. Il che mostra come una parte del GOP veda con crescente diffidenza l’abbraccio tra Trump e la Silicon Valley, soprattutto quando questo rischia di comprimere i diritti degli Stati.
Bannon, MAGA e l’accusa alla “cabina di regia” tech
La frattura diventa ancora più evidente quando si guarda al mondo MAGA. Steve Bannon, una delle voci più influenti dell’universo trumpiano, ha accusato apertamente il responsabile della strategia sull’IA della Casa Bianca, David Sacks, di stare “completamente” fuorviando il presidente.
L’idea è che Trump sia sotto l’influenza di una ristretta élite tecnologica, distante dalla sua base. E in questo racconto, l’ordine esecutivo sull’IA non appare più come una semplice misura pro-innovazione, ma come l’ennesimo segnale di uno spostamento verso le priorità delle Big Tech, a scapito delle sensibilità populiste e territoriali che hanno alimentato il movimento MAGA.
I limiti legali dell’offensiva federale
Oltre al terreno politico, l’ordine di Trump rischia di incepparsi anche su quello giuridico. Secondo Joel Thayer, direttore del Digital Progress Institute, “non c’è molta autorità legale su cui l’amministrazione possa fare affidamento per far rispettare una parte significativa dell’ordine”.
Dean Ball, ex funzionario della Casa Bianca, ha stimato che l’amministrazione abbia solo una probabilità del 30–35% di vedere confermata la propria strategia in tribunale.
I giudici dovranno valutare se esista un nesso sufficiente tra i fondi per la banda larga e la regolazione dell’IA, e se il Congresso abbia davvero inteso concedere all’esecutivo un potere così ampio sulle leggi statali.
Anche la strategia che punta a contestare le leggi statali appellandosi al commercio interstatale appare tutt’altro che solida.
Dietro questa linea c’è anche Andreessen Horowitz, altro esponente di spicco del mondo tech, che sostiene che la Costituzione limiti implicitamente il potere degli Stati quando le loro norme incidono sugli scambi tra gli Stati membri, secondo l’interpretazione nota come “dormant commerce clause”.
Ma proprio su questo terreno i tribunali hanno già respinto in passato tentativi analoghi, soprattutto quando le leggi statali non discriminano tra imprese locali e non locali, rendendo incerto l’esito di una simile offensiva legale.
Un nuovo fronte di instabilità per Trump
L’ordine esecutivo sull’IA finisce così per incarnare tutte le contraddizioni della fase attuale della presidenza Trump.
Nel tentativo di accelerare sull’innovazione e di presentarsi come il presidente che guiderà gli Stati Uniti alla vittoria nella corsa globale all’intelligenza artificiale, Trump apre un fronte di conflitto con gli Stati, espone l’amministrazione a una raffica di ricorsi e alimenta il malcontento di una parte del suo stesso campo politico.
La scommessa sull’IA resta centrale nella sua visione economica e geopolitica ma il prezzo politico di questa scelta potrebbe essere più alto del previsto. E, ancora una volta, a pagarlo rischia di essere proprio l’equilibrio tra Trump, il partito repubblicano e la base MAGA che lo ha portato alla Casa Bianca.


