Negli USA i data center iniziano a dare fastidio

by | 10 Dic 2025 | Politica

foto: Devan Ridgway/WFIU/WTIU News
Tempo di lettura: 3 minuti

La crescita travolgente dei data center negli Stati Uniti sta iniziando a far emergere anche il suo lato più problematico.

I data center, diventati il simbolo dell’economia dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute, stanno infatti suscitando una reazione avversa sempre più visibile, sia per l’impatto diretto sul territorio sia per ciò che rappresentano in un Paese che vede crescere la domanda energetica a ritmi mai sperimentati prima.

Ecco allora oltre 230 organizzazioni ambientaliste, tra cui Food & Water Watch, Friends of the Earth e Greenpeace, sottoscrivere una lettera indirizzata al Congresso chiedendo una moratoria nazionale sull’approvazione e la costruzione di nuovi data center.

La protesta

È una richiesta che colpisce nella sua ampiezza, e che mette a nudo l’insofferenza crescente verso un’industria percepita come opulenta, poco regolamentata e famelica di risorse.

“La rapida e in gran parte non regolamentata proliferazione dei data center per alimentare la frenesia dell’IA e delle criptovalute sta sconvolgendo le comunità in tutto il Paese e minacciando la sicurezza economica, ambientale, climatica e idrica degli americani”, si legge nel documento.

L’accusa non è rivolta a un’azienda specifica ma all’intero ecosistema che ruota attorno ai modelli fondazionali e all’infrastruttura che li alimenta: mega-fabbriche di calcolo che stanno ridefinendo la geografia energetica degli Stati Uniti.

Negli ultimi due anni, la crescita della capacità installata è diventata una corsa nazionale, spinta dalla necessità di addestrare modelli sempre più complessi, spesso in competizione diretta fra Big Tech e startup miliardarie.

Dove arrivano i data center, aumentano bollette

A preoccupare non è soltanto la quantità di energia richiesta da queste strutture, ma anche la velocità con cui stanno cambiando l’equilibrio economico delle comunità che le ospitano.

Una serie di studi ha mostrato una correlazione diretta tra l’arrivo dei data center e l’aumento dei prezzi dell’elettricità nelle regioni interessate. Il dato più immediato è quello registrato quest’anno: +13% nelle tariffe elettriche, l’incremento annuale più alto degli ultimi dieci anni.

È una dinamica che i cittadini percepiscono chiaramente. Un sondaggio realizzato per Sunrun, una delle principali aziende americane di impianti solari, rivela che otto consumatori su dieci temono che la crescita dei data center possa far lievitare ulteriormente le loro bollette.

L’impatto non è solo economico. La costruzione di nuove strutture richiede enormi quantità di acqua, vaste superfici di territorio e nuove infrastrutture viarie.

Nelle aree rurali, dove si concentrerà gran parte dell’espansione, la domanda energetica dei data center è destinata quasi a triplicare nel prossimo decennio, passando dagli attuali 40 gigawatt a 106 gigawatt entro il 2035.

Per molte comunità questo significa dover accettare un peso crescente nella gestione delle risorse idriche, dei trasporti e dei costi energetici, mentre i benefici economici vengono percepiti come incerti o sproporzionati rispetto agli impatti.

I primi arresti, Detroit e Stargate

Negli Stati Uniti la questione sta diventando politica, con tensioni che ricordano altri momenti critici dello sviluppo industriale passato. E negli ultimi giorni le proteste sono aumentate, trasformando alcuni progetti in veri e propri focolai di conflitto.

A Detroit, dei manifestanti hanno marciato davanti alla sede di DTE, l’utility locale che ha richiesto l’approvazione per fornire elettricità a un data center da 1,4 gigawatt destinato a OpenAI e Oracle. Il timore è che una struttura così imponente peggiori il traffico, consumi troppa acqua dolce e renda ancora più salate le bollette.

Ma il caso più teso si è registrato in Wisconsin, durante una riunione del consiglio comunale dedicata al progetto di un data center da 902 megawatt, anch’esso legato all’iniziativa Stargate, il maxi-polo infrastrutturale di OpenAI e Oracle.

Tre persone sono state arrestate dopo essersi opposte alla discussione. Il segnale che ciò che fino a un anno fa era un dibattito tecnico, ora è diventato un terreno di scontro civile.

Il simbolo di un malessere più ampio

La richiesta di una moratoria non riguarda solo qualche progetto particolarmente contestato, ma la traiettoria complessiva di un settore che continua ad ampliarsi senza un quadro normativo organico.

Le stesse organizzazioni ambientaliste sottolineano che l’espansione dei data center si somma a “impatti significativi e preoccupanti” dell’IA sulla società: perdita di posti di lavoro, instabilità sociale e concentrazione economica nelle mani di poche piattaforme.

A questi timori si aggiunge la percezione, sempre più diffusa, che la corsa dell’IA, alimentata da modelli che richiedono colossali quantità di energia, rischi di trasformarsi in un problema sistemico.

Il dibattito, ormai, non è più se l’IA sia utile o inevitabile ma se sia sostenibile. E mentre i colossi come Microsoft, Google, Meta e gli operatori della nuova economia dell’IA accelerano nella costruzione di infrastrutture sempre più grandi, molte comunità rurali e suburbane iniziano a chiedersi se l’innovazione abbia un prezzo troppo alto da pagare.

I data center, nel frattempo, stanno diventando il simbolo concreto, visibile, rumoroso, idrovoro ed energivoro, di questa frattura emergente tra progresso tecnologico e qualità della vita.

Fonte: TechCrunch

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