Stellantis ha annunciato ieri un onere straordinario da 22,2 miliardi di euro per smantellare la propria strategia sui veicoli elettrici. L’azienda ha contestualmente sospeso il pagamento dei dividendi e le azioni sono crollate del 24% nelle contrattazioni caotiche di Milano, dove i titoli sono stati ripetutamente sospesi.
Il nuovo amministratore delegato Antonio Filosa ha usato parole nette: “Gli oneri annunciati oggi riflettono in gran parte il costo di aver sopravvalutato il ritmo della transizione energetica, che ci ha allontanato dai bisogni, dai mezzi e dai desideri reali di molti acquirenti di auto”.
Ma ha anche aggiunto una stoccata altrettanto chiara al predecessore Carlos Tavares, rimosso lo scorso anno: “Riflettono anche l’impatto della precedente scarsa esecuzione operativa, i cui effetti vengono progressivamente affrontati dal nostro nuovo team”.
Cancellati progetti elettrici per 15 miliardi
Dei 22 miliardi complessivi, 15 riguardano la cancellazione di modelli e la ristrutturazione delle piattaforme destinate ai veicoli elettrici, mentre altri 2,1 miliardi servono a ridimensionare i piani di produzione delle batterie.
Il gruppo, nato nel 2021 dalla fusione tra la francese PSA e Fiat Chrysler, ha anche venduto per 700 milioni di euro la propria partecipazione del 49% nella joint venture canadese per le batterie NextStar Energy, cedendola alla sudcoreana LG Energy Solution.
È il completo rovesciamento della strategia tracciata da Tavares, che puntava a rendere elettrici il 100% dei veicoli passeggeri in Europa e il 50% di quelli negli Stati Uniti entro il 2030.
Al loro posto, Filosa ha abbandonato le ibride plug-in e reintrodotto il popolare motore V8 in modelli come il pick-up Ram 1500 e la Jeep Cherokee, che erano stati eliminati proprio in nome della transizione elettrica.
Stellantis, un fallimento da 50 miliardi
Stellantis non è sola. La svalutazione si inserisce in un ripensamento collettivo dell’industria automobilistica americana: insieme a General Motors e Ford, il totale degli oneri legati al ridimensionamento dei piani elettrici raggiunge quasi 50 miliardi di dollari.
A pesare sono anche fattori esterni, tra cui l’amministrazione Trump che ha eliminato gli incentivi fiscali per i veicoli elettrici, le infrastrutture di ricarica che restano gravemente inadeguate, ma anche le scelte strategiche sbagliate.
Stellantis ha applicato prezzi eccessivi ai propri veicoli dopo la pandemia, perdendo quota di mercato: nel 2025 ha venduto 1,2 milioni di veicoli negli Stati Uniti, circa un milione in meno rispetto ai 2,2 milioni che Fiat Chrysler vendeva nel 2019.
Le operazioni americane, che includono Chrysler, Dodge, Jeep e Ram e generano la maggior parte dei profitti del gruppo, sono oggi in grave difficoltà.
Perdite miliardarie e scetticismo degli investitori
Come risultato degli oneri, Stellantis prevede una perdita netta fino a 21 miliardi di euro nella seconda metà dell’anno fiscale, contro un utile di 100 milioni nello stesso periodo dell’anno precedente.
Il gruppo ha promesso investimenti da 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni per introdurre nuovi modelli e aggiornare quelli esistenti, e i primi segnali sembrano incoraggianti: le spedizioni in Nord America sono cresciute del 43% nel quarto trimestre. Ma gli analisti restano cauti.
“Gli ottimisti su Stellantis diranno che questo è un momento in cui l’azienda ha deciso di mettere sul tavolo tutte le cattive notizie in una volta”, ha commentato Tom Narayan di RBC Capital Markets, riferendosi alla pratica di concentrare tutte le cattive notizie in un solo annuncio. “Ma attendiamo ulteriori prove di un’inversione di tendenza nei fondamentali del business”.
A pesare è anche la performance europea: le spedizioni nell’ultimo trimestre del 2024 sono calate del 4%, un segnale preoccupante per un gruppo che porta nel proprio portafoglio marchi iconici come Fiat, Peugeot e Citroën.
Quando le politiche green incontrano il mercato reale
Il caso Stellantis solleva interrogativi che vanno oltre i confini dell’azienda. L’ammissione di Filosa (“ci siamo allontanati dai bisogni reali degli automobilisti”), fotografa il cortocircuito tra ambizioni climatiche calate dall’alto e la domanda effettiva proveniente dal basso.
I consumatori americani, scoraggiati da prezzi elevati e da un’infrastruttura di ricarica che semplicemente non esiste su larga scala, hanno mostrato scarso interesse per i modelli elettrici proposti.
La contraddizione è evidente: mentre il gruppo cancella miliardi di investimenti in veicoli a emissioni zero, reintroduce motori termici di grande cilindrata proprio nel momento in cui gli obiettivi di decarbonizzazione del settore automotive richiederebbero l’accelerazione opposta. Ma Filosa ha scelto la sostenibilità economica rispetto a quella ambientale, mettendo “i clienti al centro di ciò che facciamo”.
Resta da capire se questa inversione a U salverà Stellantis o se sarà l’ennesimo capitolo di una crisi che ha radici più profonde, ossia nella capacità del gruppo di competere in mercati sempre più complessi.
Fonte: Financial Times, The New York Times


