SoftBank scommette 2 miliardi su Intel

by | 19 Ago 2025 | Business

Masayoshi Son, fondatore e CEO di SoftBank.
Tempo di lettura: 3 minuti

Intel è in piena fase di rilancio, tra ritardi accumulati sugli stabilimenti americani, un portafoglio prodotti giudicato obsoleto e la sfida epocale di competere con TSMC.

In questo scenario, l’ingresso di SoftBank nel capitale del gruppo di Santa Clara con un investimento da 2 miliardi di dollari assume un valore che va ben oltre la finanza. È una mossa politica, simbolica e strategica, che si intreccia con la volontà del presidente Donald Trump di rilanciare la manifattura dei chip negli Stati Uniti.

Washington studia la sua “quota” in Intel

Come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, la Casa Bianca sta valutando l’acquisizione di una quota del 10% di Intel. Sarebbe un intervento insolito per gli Stati Uniti, che raramente scelgono la strada dell’azionariato diretto per sostenere un campione nazionale in difficoltà. Ma una logica c’è.

L’idea è quella di trasformare in azioni parte degli 8 miliardi di dollari concessi a Intel dal Chips and Science Act del 2022, così da garantire un ritorno per i contribuenti e, al tempo stesso, rafforzare un’azienda ritenuta strategica per la sovranità tecnologica americana.

Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha già fatto capire di preferire questa formula rispetto alla semplice erogazione di fondi, anche perché lo stabilimento dell’Ohio — a cui quei finanziamenti erano legati — ha accumulato anni di ritardo, suscitando la rabbia di molti legislatori.

Non sorprende, quindi, che The Donald abbia alzato la pressione su Lip-Bu Tan arrivando a chiederne le dimissioni per i suoi legami con la Cina. È infatti il classico schema “Trump style”: prima colpisce duro in pubblico e poi porta l’interlocutore al tavolo delle trattative da una posizione di debolezza.

La mossa di Son: due miliardi come segnale politico

In questo contesto si inserisce l’investimento di SoftBank. Con i suoi 2 miliardi di dollari, il gruppo giapponese acquisisce circa il 2% di Intel, diventandone il sesto maggiore azionista. Ma più che la quota in sé, conta il messaggio che Masayoshi Son manda a Washington: SoftBank è al fianco della strategia americana di rilancio dei semiconduttori, e vuole essere parte del gioco.

Non è la prima volta che Son sceglie di coltivare rapporti con i presidenti americani. Già lo scorso dicembre aveva promesso di investire 100 miliardi di dollari in progetti negli Stati Uniti nei quattro anni a venire. La sua scommessa su Intel si inserisce dunque in un percorso più ampio, fatto di capitali ma anche di diplomazia industriale.

Per Intel, invece, l’operazione rappresenta un’iniezione di fiducia. La società ha perso oltre il 50% del suo valore di mercato dall’inizio dello scorso anno e ha registrato perdite miliardarie nel secondo trimestre.

Gli analisti sottolineano come l’azienda debba trovare nuovi clienti per la progettazione e produzione dei suoi chip, in particolare quelli legati all’intelligenza artificiale. È in questo segmento che Intel punta a recuperare terreno, ma servono grandi ordini per giustificare i nuovi investimenti produttivi.

Il governo americano considera Intel l’unica realtà statunitense in grado di competere davvero con Taiwan Semiconductor (TSMC), perché progetta e fabbrica chip al tempo stesso. In questo senso, l’intervento incrociato di SoftBank e della Casa Bianca potrebbe rivelarsi decisivo per il futuro dell’azienda.

Le difficoltà finanziarie di SoftBank

Resta però una domanda: perché Son, in un momento in cui SoftBank viene percepita come a corto di risorse, sceglie di impegnare altri 2 miliardi? La risposta sta nell’equilibrio tra necessità e opportunità.

SoftBank ha visto ridursi drasticamente il valore dei suoi Vision Fund, i maxi-fondi di investimento con cui Masayoshi Son ha puntato decine di miliardi in startup tecnologiche di tutto il mondo, da Uber a WeWork. Molte di queste scommesse oggi valgono molto meno di quanto previsto, e gli asset in portafoglio sono difficili da rivendere.

A questo si aggiunge l’aumento della cosiddetta leva finanziaria, cioè il ricorso massiccio al debito per finanziare nuove operazioni: una strategia che funziona nelle fasi favorevoli, quando il costo del denaro è basso e i mercati crescono, ma che diventa rischiosa quando i tassi d’interesse salgono e gli asset perdono valore, come sta accadendo oggi.

Le perdite recenti hanno messo in evidenza la fragilità di un modello basato su scommesse gigantesche e non sempre redditizie. Eppure, Son non rinuncia al suo ruolo di grande player globale: piuttosto che disperdere liquidità in mille start-up, preferisce ora puntare su un campione nazionale sostenuto dallo Stato americano.

Investire in Intel allora significa per Son scommettere su un rimbalzo assistito da Washington, rafforzare i rapporti con Trump e presentarsi ancora una volta come interlocutore privilegiato nelle grandi partite tecnologiche mondiali.

Dopo anni di scommesse disperse in startup e asset difficili da monetizzare, la scelta di Intel appare più prudente e calcolata. Nonostante i conti in affanno, Masayoshi Son dunque non smette di giocare la sua partita: semplicemente, lo fa su un tavolo dove sa di avere l’appoggio del governo americano.

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