La tensione tra la Casa Bianca e uno dei più grandi nomi della tecnologia americana è esplosa ieri sera, quando il presidente Donald Trump ha chiesto pubblicamente le dimissioni immediate di Lip-Bu Tan, amministratore delegato di Intel, accusandolo di essere “fortemente in conflitto di interessi” per i suoi legami passati con la Cina.
“Non esiste altra soluzione a questo problema”, ha scritto il presidente nel post su Truth Social che potete vedere qui sotto, con toni che lasciano poco spazio a interpretazioni.
Un attacco del genere, diretto al vertice di una multinazionale quotata, non è consueto per un presidente repubblicano, partito che storicamente ha difeso il big business e promosso una politica di governo limitata nelle interferenze economiche.
Ma l’era Trump ha già dimostrato più volte di non seguire i manuali della tradizione politica. In questo secondo mandato, anzi, il presidente sembra determinato a esercitare pressioni dirette sui vertici corporate per allineare le strategie industriali agli obiettivi della Casa Bianca, anche a costo di scardinare prassi consolidate.
Le accuse di Tom Cotton e il fronte repubblicano
Come abbiamo riportato nei giorni scorsi, il caso è esploso a inizio settimana, quando il senatore repubblicano Tom Cotton, presidente della Commissione Intelligence e figura di primo piano nel GOP, ha inviato una lettera aperta al consiglio di amministrazione di Intel.
Nel testo, Cotton ha sollevato dubbi sui rapporti di Tan con il governo cinese e persino con l’esercito di Pechino, citando investimenti in aziende di semiconduttori locali e presunti legami con la National University of Defense Technology, istituto legato alle forze armate cinesi.
Il senatore ha ricordato anche la lunga esperienza di Tan come CEO di Cadence Design Systems, software house della Silicon Valley che di recente ha accettato di pagare 140 milioni di dollari per aver violato le restrizioni all’export statunitensi, vendendo tecnologia proprio alla National University of Defense Technology.
The new CEO of @intel reportedly has deep ties to the Chinese Communists. U.S. companies who receive government grants should be responsible stewards of taxpayer dollars and adhere to strict security regulations. The board of @Intel owes Congress an explanation. pic.twitter.com/3rYhHge6Wa
— Tom Cotton (@SenTomCotton) August 6, 2025
Non si tratta di un’iniziativa isolata. Altri senatori repubblicani, tra cui Rick Scott (Florida), Jim Banks (Indiana) e Bernie Moreno (Ohio), hanno rilanciato le richieste di dimissioni. Moreno, in particolare, ha accusato Intel di non aver mantenuto le promesse sul nuovo impianto produttivo in Ohio e ha chiesto un’indagine per frode a livello statale.
La partita dei chip e il nodo dell’Ohio
Il caso Tan si inserisce in un momento di grande rilevanza per la strategia industriale americana sui semiconduttori. Intel è uno dei principali beneficiari del CHIPS and Science Act e riceve miliardi di dollari in fondi federali per aumentare la produzione domestica di chip.
Il progetto di punta avrebbe dovuto sorgere proprio in Ohio ma i lavori hanno subito ritardi e costi extra, in parte a causa della difficoltà di tenere il passo con i concorrenti nella corsa all’intelligenza artificiale.
Questa lentezza operativa pesa ancora di più in un contesto di forte pressione politica: l’amministrazione Trump ha messo la sicurezza tecnologica al centro della sua agenda, ma non senza contraddizioni.
Se da un lato il presidente ha adottato una linea dura contro Pechino, dall’altro ha autorizzato esportazioni di chip di fascia inferiore verso la Cina e ha mantenuto rapporti distesi con alcune big tech.
La crisi di identità di Intel
Lip-Bu Tan è salito alla guida di Intel nel marzo di quest’anno, con un mandato chiaro: tagliare i costi, rilanciare la competitività e riportare l’azienda ai livelli di eccellenza del passato. Ma la missione si è rivelata complessa. Intel ha perso terreno rispetto a rivali come Nvidia, AMD e TSMC, mentre le sue azioni hanno visto un crollo di circa il 60% dall’inizio del 2024.
La pressione della Casa Bianca arriva dunque in un momento di grande vulnerabilità. Per Tan, difendere la propria posizione significherà non solo rispondere alle accuse sui rapporti con la Cina, ma anche dimostrare di poter conseguire risultati concreti sul piano industriale.
Per l’azienda, invece, la sfida è ancora più grande: mantenere la fiducia degli investitori e dei partner istituzionali mentre la politica entra a gamba tesa nella governance aziendale.
Il ‘new normal’ tra Trump e Big Tech
L’uscita di Trump contro Tan e Intel è più di un episodio isolato: rappresenta un segnale della nuova normalità nei rapporti tra governo e grandi aziende tecnologiche.
In un momento storico in cui i semiconduttori sono diventati una risorsa strategica al pari del petrolio, i vertici delle grandi aziende sono sotto il costante radar della politica, pronti a subire pressioni, richieste e condizionamenti diretti.
Il caso Intel dimostra che, nell’America di oggi, guidare una big tech non significa soltanto competere sul mercato, ma anche navigare in acque sempre più politicamente agitate.
E nella corsa globale ai chip, le regole del gioco non si scrivono più soltanto in Borsa ma anche nei corridoi della Casa Bianca.


