Il tabù è caduto: Sequoia Capital sta per investire in Anthropic, la startup che sviluppa Claude. La notizia, riportata dal Financial Times, segna una rottura storica nelle regole non scritte del venture capital: non si finanziano concorrenti diretti.
Sequoia ha già investito in OpenAI e in xAI di Elon Musk, quest’ultimo, però, ampiamente interpretato come un modo per consolidare i legami di lungo corso con Musk, di cui il fondo finanzia anche SpaceX, Neuralink e altre iniziative, più che come una scommessa su un rivale di OpenAI.
L’investimento in Anthropic è diverso: non ci sono rapporti storici da coltivare, solo una puntata diretta su chi sfida OpenAI nel cuore del mercato dell’IA generativa. In tal senso, è la prima volta che un fondo di questo calibro scommette simultaneamente su tutti i principali contendenti di un settore così strategico.
Il messaggio, neanche troppo implicito, è che nemmeno gli insider della Silicon Valley sanno più chi vincerà. Anthropic peraltro sta cercando di raccogliere almeno 25 miliardi di dollari con una valutazione di 350 miliardi, più del doppio rispetto a quattro mesi fa. Microsoft e Nvidia si sarebbero impegnate per 15 miliardi complessivi, con altri investitori pronti a contribuire per almeno 10 miliardi aggiuntivi.
Quando i principi costavano meno
Che Sequoia conosca bene le regole che sta infrangendo lo dimostra un precedente del 2020. All’epoca il fondo compì un gesto clamoroso: abbandonò il proprio investimento da 21 milioni di dollari in Finix, una società di pagamenti, dopo aver stabilito che competeva con Stripe, altra azienda in portafoglio.
Sequoia lasciò addirittura i soldi a Finix, rinunciò al posto nel consiglio e alle proprie quote. Fu la prima volta nella storia della società che si interrompevano i rapporti con un’azienda appena finanziata per un conflitto di interessi.
Fu un gesto di integrità ostentata ma a basso costo: Stripe valeva miliardi, Finix era una scommessa marginale. Qui invece si parla di cifre incomparabilmente più alte, ed ecco che i principi tendono a diventare flessibili quando la posta in gioco aumenta di qualche ordine di grandezza.
Sequoia a le informazioni riservate
C’è poi un ulteriore elemento di tensione. Lo scorso anno, in una deposizione sotto giuramento, Sam Altman aveva chiarito che gli investitori con accesso continuativo a informazioni riservate di OpenAI sarebbero stati esclusi da tale accesso “qualora avessero effettuato investimenti non passivi in concorrenti”.
Altman definì la clausola “standard di settore”, una protezione contro l’uso improprio di informazioni sensibili. Ora la domanda è inevitabile: Sequoia ha ancora accesso privilegiato ai dati strategici di OpenAI?
Il modello operativo del fondo (posti nei consigli, rapporto diretto col management, influenza sulla strategia) è la definizione stessa di investimento attivo.
Se ora entrasse in Anthropic con le modalità che le sono proprie, la clausola di Altman sembrerebbe applicarsi in pieno. Al che restano due possibilità: Sequoia ha accettato di perdere l’accesso riservato a OpenAI, oppure sta scommettendo che le tensioni future siano un prezzo accettabile.
In ogni caso, Altman ha messo a verbale la propria posizione e se dovessero emergere conflitti, le sue parole sono già agli atti.
Cosa dice questo di OpenAI
Il legame tra Sequoia e Altman è profondo e di lunga data. Quando Altman abbandonò Stanford per fondare Loopt, fu proprio Sequoia a finanziarlo. In seguito divenne scout per il fondo, presentandogli Stripe, che sarebbe diventata una delle aziende più preziose nel portafoglio.
Alfred Lin, oggi co-leader di Sequoia, ha intervistato Altman più volte agli eventi della società. E quando Altman fu brevemente estromesso da OpenAI nel novembre 2023, Lin dichiarò pubblicamente che avrebbe sostenuto con entusiasmo la sua “prossima azienda destinata a cambiare il mondo”.
Eppure, nonostante questa vicinanza, Sequoia ora scommette anche su chi sfida OpenAI. È difficile non leggerlo come un voto di sfiducia implicito. Non un abbandono, sia chiaro, ma la fine della convinzione che OpenAI fosse una scommessa sicura.
I motivi non mancano: la crisi di governance del 2023 ha mostrato quanto la struttura dell’azienda sia fragile; la transizione verso un assetto for-profit è ancora in corso e piena di incognite legali; la dipendenza da Microsoft garantisce risorse ma limita l’autonomia strategica.
E poi c’è Altman stesso, le cui ambizioni si sono moltiplicate (chip, energia, hardware), sollevando dubbi sulla sua capacità di restare concentrato. Anthropic, nel frattempo, ha guadagnato terreno sulla sicurezza e sull’allineamento, temi sempre più rilevanti per i regolatori.
La nuova aritmetica del rischio
La spiegazione più realistica allora è che Sequoia abbia riconosciuto che il mercato dell’IA generativa è troppo grande e troppo incerto per restare fuori da qualsiasi dei principali contendenti.
Se questa è davvero la prossima rivoluzione tecnologica, paragonabile a internet o alla telefonia mobile, perdere il vincitore finale costerebbe enormemente di più di qualsiasi imbarazzo nel finanziare rivali.
Il venture capital americano sta attraversando una fase di concentrazione senza precedenti: pochi mega-fondi si contendono le stesse operazioni, e chi resta fuori dai round più importanti rischia l’irrilevanza.
Non a caso la mossa arriva dopo un cambio ai vertici di Sequoia: Roelof Botha, storico leader globale della società, è stato estromesso con un voto a sorpresa questo autunno. Al suo posto sono subentrati Lin e Pat Grady, lo stesso Grady che gestì l’operazione Finix.
La nuova leadership ha evidentemente deciso che le vecchie regole non si applicano più. Ma non è diversificazione: è l’ammissione che nessuno sa chi vincerà. E che essere ovunque conta più che essere coerenti.
Fonti: Financial Times, TechCrunch


