Un edificio nascosto dagli alberi, a una decina di chilometri dal fronte nel sud-est dell’Ucraina, ha attirato l’attenzione di una piccola unità delle forze armate di Kyiv. Il fogliame primaverile copriva la struttura ma non i segnali dei dispositivi elettronici al suo interno. Il drone da ricognizione mandato in volo non è riuscito a vedere molto attraverso la vegetazione. A quel punto i soldati hanno usato un’altra fonte: immagini di satelliti commerciali ad alta definizione, quasi in tempo reale, arrivate direttamente su telefoni, tablet e computer portatili.
Dopo tre giorni di osservazione dall’orbita, l’unità ha concluso che si trattava di un punto di incontro usato per pianificare operazioni militari. Poi ha colpito edificio e veicoli con un drone d’attacco.
La differenza sta nel tempo. Secondo i fornitori della tecnologia e le persone coinvolte nelle missioni, l’arrivo rapido dell’intelligence geospaziale ai soldati ha ridotto fino al 90% il tempo necessario per individuare e colpire asset russi.
È qui che il cambiamento diventa evidente: i satelliti si usano in guerra da decenni, ma adesso l’immagine non resta bloccata in una catena lunga di analisi, autorizzazioni e passaggi intermedi. Arriva molto più vicino a chi deve decidere e agire.
La rivoluzione del ciclo sensore-tiratore
Franz-Stefan Gady, analista militare e fondatore della società di consulenza Gady Consulting, ha riassunto il punto con una frase molto chiara: “Comprimere il ciclo tra sensore e tiratore è la tendenza decisiva di questa guerra a livello tattico”.
In altre parole, la svolta non è vedere meglio il campo di battaglia ma ridurre il tempo tra il momento in cui un bersaglio viene individuato e quello in cui può essere colpito.
Il caso della missione Starfall II rende bene l’idea. Durante un’operazione primaverile durata due settimane e mezzo, un’unità ucraina ha dichiarato di aver distrutto asset russi per miliardi di dollari.
Tra gli obiettivi c’era un deposito di munizioni nell’Ucraina occupata, individuato confrontando immagini satellitari recenti con fotografie precedenti all’invasione.
Le strutture erano state usate in passato per conservare cereali ma i cambiamenti osservati e le tracce fresche di pneumatici hanno convinto i soldati che l’area fosse stata riconvertita a uso militare. La Brigata 422, specializzata in attacchi a medio raggio, ha quindi inviato droni d’attacco.
Per Kiev, che combatte una guerra lunga e costosa, risparmiare droni da ricognizione, ridurre i tempi di verifica e colpire da maggiore distanza significa preservare denaro, mezzi e soprattutto uomini.
Un servizio privato dentro la guerra
La tecnologia è il risultato di una collaborazione transatlantica tra Vantor, la società olandese di intelligence geospaziale Bravo1Alpha, l’azienda statunitense Persistent Systems e la società ucraina della difesa Burevii.
Vantor mette al centro le immagini satellitari e il software che consente di confrontare scatti attuali e storici, rilevare cambiamenti nelle infrastrutture, monitorare grandi aree con l’IA e generare modelli 3D utili a simulare le traiettorie dei droni.
Le immagini possono arrivare dal satellite al dispositivo del soldato in appena 15 minuti, evitando la revisione centralizzata a Kiev, che in passato poteva rallentare il flusso di intelligence verso il fronte di ore o giorni.
Un combattente ucraino ha raccontato che le informazioni arrivate da fonti umane sulla posizione di bersagli russi richiedevano almeno due giorni di revisione nella capitale. Un ex soldato ha aggiunto che, a volte, l’intelligence geospaziale arrivava al fronte quando era già troppo vecchia per essere utilizzata.
Qui torna utile un tema che avevamo già affrontato parlando dell’intelligence militare americana finita in vendita attraverso aziende private capaci di combinare IA, immagini satellitari commerciali e dati aperti.
In quel caso il problema era la trasformazione dell’intelligence militare in servizio commerciale. Qui si vede il passaggio successivo: gli stessi strumenti non servono solo a osservare o analizzare ma entrano direttamente nel ciclo operativo di un esercito in guerra.
I limiti dei satelliti
La tecnologia, però, non cancella i vincoli fisici. I satelliti funzionano male nei giorni di forte copertura nuvolosa, molto frequenti durante l’inverno ucraino, e non possono restare sopra un bersaglio mobile come farebbe un drone in osservazione.
Per questo non sostituiscono tutti gli altri strumenti ma li integrano. Sono molto utili per individuare cambiamenti, confrontare strutture, capire se un sito agricolo è diventato un deposito militare o se attorno a un edificio compaiono mezzi compatibili con un’attività operativa.
Vantor afferma che i suoi 10 satelliti coprono circa 7 milioni di chilometri quadrati della Terra al giorno e passano su qualunque punto del pianeta da 12 a 15 volte.
Le coordinate delle sue immagini, secondo l’azienda, sono di solito entro 5 metri dalla posizione reale di un oggetto. Per gli utenti ucraini, è una precisione sufficiente quando l’attacco avviene con un esplosivo da 50 chilogrammi.
Il vantaggio rispetto ai droni da sorveglianza è evidente. Un drone deve essere lanciato, può essere disturbato dalle contromisure elettroniche russe, può essere abbattuto e richiede tempo per perlustrare aree estese.
Un’immagine satellitare aggiornata consente invece di restringere prima il campo, decidere dove guardare e usare i droni d’attacco con maggiore precisione.
Il prezzo della velocità
L’Ucraina sta mostrando agli eserciti occidentali cosa può succedere quando la catena dell’intelligence viene accorciata. Lo U.S. Special Operations Command ha già aggiunto software per fornire immagini satellitari commerciali quasi in tempo reale sui dispositivi mobili dei soldati, mentre l’esercito americano sta lavorando a un sistema informativo ad alta velocità che dia ai militari accesso ai dati satellitari senza passare ogni volta dalle revisioni dei comandi.
Ma eliminare intermediari e passaggi di controllo accelera l’azione, aumenta anche il rischio che un’informazione sbagliata arrivi direttamente a chi può usarla per colpire.
Nand Mulchandani, ex chief technology officer della CIA e dell’ufficio per l’IA del Dipartimento della Difesa americano, lo ha detto in modo netto: “Ci sono processi che rallentano le cose, ma ci sono processi per una ragione”.
La guerra in Ucraina continua così a funzionare come laboratorio brutale per tecnologie che gli eserciti occidentali osservano con grande attenzione. Satelliti commerciali, IA e droni non sono più pezzi separati. Quando vengono collegati in un unico flusso operativo, cambiano il ritmo della battaglia.
E nella guerra di logoramento, anche poche ore possono fare la differenza tra un bersaglio colpito e un’occasione persa.
Fonte: The Wall Street Journal


