Cinque settimane fa, con l’avvio dell’Operazione Epic Fury, sui social media cinesi e occidentali è comparsa un’ondata di post insoliti. Ci riferiamo a posizioni dettagliate di intelligence, relative a equipaggiamenti nelle basi americane, movimenti dei gruppi da battaglia delle portaerei USS Gerald R. Ford e USS Abraham Lincoln, e analisi granulari degli aerei da combattimento in fase di raduno prima degli attacchi su Teheran.
Non erano fughe di notizie classificate, bensì informazioni in vendita. A produrle, stando all’indagine del Washington Post sarebbe un segmento di mercato in rapida espansione. Ossia quello delle aziende cinesi private che fondono IA e dati open source (come immagini satellitari commerciali, tracker di volo ADS-B, segnali AIS delle navi) per costruire un’intelligence militare che fino a qualche anno fa richiedeva apparati statali.
Il tutto confezionato e commercializzato come un servizio qualsiasi. Il conflitto in Iran ne ha accelerato la visibilità pubblica, ma il mercato esisteva già.
Pechino, ufficialmente, non c’entra. Ha invitato al cessate il fuoco, si è dichiarata neutrale, ha firmato con il Pakistan un appello alla pace. Ma molte di queste aziende sono emerse negli ultimi cinque anni esatti nell’ambito della strategia statale di integrazione civile-militare. Ossia la politica con cui la Cina destina centinaia di milioni di dollari a imprese private che sviluppano IA con applicazioni per la difesa.
Il mese scorso Pechino ha annunciato un ulteriore potenziamento di questi investimenti nel quadro di un piano quinquennale nazionale.
Chi sono e cosa fanno
MizarVision, fondata nel 2021 a Hangzhou, è il caso più documentato. L’azienda non fa formalmente parte dell’esercito cinese, ma detiene una certificazione Military Standard nazionale, quella cioè richiesta alle imprese che forniscono servizi all’Esercito Popolare di Liberazione. Un legame formale, dunque, pur nella veste privata.
Sul proprio sito, MizarVision sostiene di aver “rapidamente identificato le posizioni di armi e attrezzature dispiegate in Medio Oriente” nelle settimane precedenti all’Operazione Epic Fury, di aver “esposto” i modelli di rifornimento dei gruppi da battaglia delle portaerei americane, e di poter tracciare “in tempo reale” l’intero processo di trasporto dei missili a medio raggio statunitensi nella regione Asia-Pacifico.
Le immagini pubblicate, che mostrano la concentrazione di aerei nelle basi di Israele, Arabia Saudita e Qatar, con la tipologia e il numero di velivoli, sono finite sulle bacheche di mezzo mondo.
Jing’an Technology, altra azienda di Hangzhou, si è spinta oltre. Ha diffuso quella che sostiene essere una registrazione di due bombardieri furtivi B-2A statunitensi in comunicazione tra loro durante le prime ore dell’Operazione Epic Fury.
“Agli occhi dell’IA, non esiste ‘furtività’ assoluta”, ha scritto sui social cinesi. Il post con la registrazione è stato poi rimosso. In precedenza, l’azienda affermava di aver individuato “più di 100 navi da guerra americane” e decine di aerei militari in pochi giorni di analisi, incrociando dati su traffico navale e voli.
Capacità reale o propaganda?
I funzionari americani sono divisi. Nessuno mette in discussione che queste aziende raccolgano e analizzino dati reali. Il dibattito riguarda quanto quelle analisi siano militarmente utili per un avversario.
Gli scettici fanno notare un episodio rivelatore: quando gli Stati Uniti hanno condotto l’operazione a sorpresa per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, la Cina è stata colta di sorpresa. MizarVision aveva sostenuto di tracciare quella stessa escalation “mesi prima”. I fatti raccontano un’altra storia.
“Penso che l’intelligence cinese senta questa pressione. E un modo per affrontarla è far sì che queste aziende escano e dicano: ‘ehi, possiamo vedere tutti gli aerei americani in Medio Oriente'”, ha detto Dennis Wilder, ex vicedirettore assistente della CIA per l’Asia orientale e il Pacifico, oggi alla Georgetown University. La funzione, in altre parole, potrebbe essere in parte di segnalazione strategica: dimostrare capacità, anche sovrastimandole, per condizionare le percezioni dell’avversario.
Ma anche accettando i limiti reali di queste piattaforme, il quadro preoccupa. “Anche se la capacità non c’è ancora, la preoccupazione generale riguarda l’intenzione”, ha detto un funzionario americano che monitora le minacce tecnologiche, parlando in forma anonima. Ryan Fedasiuk dell’American Enterprise Institute è più diretto: “La proliferazione di aziende di analisi geospaziale private sempre più capaci in Cina, aumenterà la capacità di Pechino di contrastare le forze americane in una crisi.”
L’intelligence delle fonti occidentali
C’è un elemento che rende la questione strutturalmente complicata. Le immagini satellitari che MizarVision utilizza per tracciare le basi americane sembrano includere, almeno in parte, immagini di fornitori commerciali statunitensi ed europei.
Vantor ha smentito qualsiasi vendita a entità cinesi, precisando di esercitare controlli attivi durante i conflitti e di limitare le richieste di immagini su aree in cui operano forze NATO e alleate.
Planet Labs ha verificato che le immagini pubblicate durante la guerra in Iran non provenivano dai propri satelliti, aggiungendo che MizarVision non figura tra i propri clienti, sebbene i media statali cinesi avevano in passato citato la società come fonte dell’azienda. Airbus invece non ha risposto.
Una fonte interna al settore della difesa privata cinese, che ha chiesto l’anonimato, ha confermato che l’azienda usa IA per analizzare immagini satellitari occidentali disponibili pubblicamente, pur senza accesso diretto in tempo reale alle fonti americane.
Fedasiuk indica un’altra direzione: “Per quanto ne so, stanno acquistando molte immagini dalla costellazione satellitare Jilin”, il sistema di osservazione orbitale gestito dalla Cina, che negli ultimi anni ha ampliato significativamente la propria capacità di copertura.
Il problema, al netto delle singole fonti, è sistemico. La proliferazione di dati geospaziali commerciali — pensati per usi civili — sta erodendo uno dei vantaggi storici delle forze armate americane: la capacità di muoversi senza essere osservati. Non è una minaccia che si risolve blocCando un fornitore.
La negazione come strategia
Il valore di queste aziende per Pechino, secondo gli analisti, va oltre l’intelligence operativa. Offre qualcosa di più sottile: la possibilità di sostenere partner come l’Iran, alleato storico e fornitore chiave di petrolio, senza lasciare impronte ufficiali.
“Lo stato può beneficiare dell’innovazione del settore privato e allo stesso modo può declinare qualsiasi responsabilità per le azioni di aziende ostensibilmente private, anche quando operano in forte allineamento con lo stato”, ha spiegato Fedasiuk.
È un modello già visto. In Ucraina, aziende e canali informali hanno alimentato flussi di intelligence e tecnologia senza che i governi dovessero firmare nulla. In Medio Oriente, lo stesso schema si adatta a una guerra in cui la Cina non vuole entrare ma non può permettersi di restare del tutto indifferente.
Il Washington Post ha rivelato che anche la Russia sta fornendo all’Iran informazioni di targeting contro le forze americane. Pechino invece starebbe scegliendo una via più discreta: lascia che siano le aziende a guardare.
Fonte: Washington Post


