Il 26 luglio, dopo 13 notti consecutive di bombardamenti americani contro l’Iran, il Pentagono ha sospeso gli attacchi.
L’ambasciatore statunitense all’ONU, Mike Waltz, ha spiegato che Donald Trump voleva “dare un po’ di spazio” alla diplomazia. Nelle stesse ore, però, Reuters ha appreso da una fonte americana che i vertici militari avevano avvertito il Presidente di aver sostanzialmente esaurito la lista dei bersagli selezionati.
Il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti, aveva inoltre segnalato i rischi provocati dal continuo consumo delle munizioni, compresi gli intercettori necessari a proteggere le basi americane dalle rappresaglie iraniane.
Il giorno successivo Trump ha parlato di “buoni colloqui” e poi di “negoziati molto amichevoli”. Tehran ha fornito una versione diversa: secondo il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, la ricostruzione secondo cui l’Iran avrebbe chiesto nuovi negoziati sarebbe “inventata”. Reuters ha collegato direttamente la decisione americana di fermarsi anche alle indicazioni dei militari e alla preoccupazione per il consumo delle munizioni.
La scena si è ripetuta pochi giorni dopo. Il 2 agosto Trump ha cancellato nuovi “attacchi massicci” sostenendo che fossero in corso colloqui con l’Iran. Il 3 agosto Baghaei ha nuovamente smentito: nessuna trattativa con gli Stati Uniti era in corso e nessun incontro era programmato.
I contatti diplomatici indiretti esistevano, ma Tehran negava che si trattasse dei negoziati descritti da Washington. Vale la pena notare che dall’inizio della guerra Trump ha annunciato o descritto come imminenti progressi nei negoziati con l’Iran almeno 18 volte. Già il 12 giugno Reuters ne aveva contate 13.
L’indagine del Washington Post
Il Washington Post ha recentemente aggiunto un pezzo importante alla questa ricostruzione cronologica. Secondo due persone informate che hanno riferito al quotidiano, durante un incontro a Camp David, Trump ha chiesto conto al segretario alla Guerra, Pete Hegseth, delle gravi carenze di munizioni americane. Il problema sarebbe ormai abbastanza serio da restringere le opzioni militari a disposizione della Casa Bianca.
Mancano elementi incontrovertibili per sostenere che Washington abbia inventato i negoziati per mascherare la scarsità di missili. I tentativi di mediazione ci sono stati ma mettendo in fila le pause americane, le smentite iraniane e gli avvertimenti dei vertici militari, emerge un quadro più preciso.
Mentre Trump giustificava pubblicamente alcune sospensioni degli attacchi con la diplomazia, dietro le quinte il Pentagono faceva i conti anche con un arsenale che si stava svuotando rapidamente. Ed è in tale contesto che arriva la nuova esclusiva del Washington Post.
Il vicesegretario alla Difesa, Steve Feinberg, ha dato alle aziende americane appena 21 giorni per presentare piani capaci di garantire consegne molto più rapide e un aumento della produzione delle armi considerate critiche. “Cicli di sviluppo lunghi anni non sono accettabili”, ha scritto Feinberg.
Consumare in settimane ciò si produce in anni
I numeri del Washington Post spiegano l’urgenza. Nel solo primo mese della guerra gli Stati Uniti hanno lanciato più di 850 Tomahawk, oltre 1.000 intercettori Patriot e THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e più di 1.300 missili balistici tattici dell’Esercito. Secondo l’analisi del CSIS citata dal Post, le scorte globali di Patriot sarebbero scese dalle circa 2.200 unità disponibili prima della guerra a meno di 827, quelle dei THAAD da 452 a meno di 278.
Il Pentagono ha cominciato a reagire aumentando gli ordini. Lockheed Martin ha ottenuto un contratto fino a 58,6 miliardi di dollari per triplicare entro il 2030 la produzione dei PAC-3, gli intercettori più avanzati del sistema Patriot, progettati per abbattere missili balistici e altre minacce aeree.
Ma un ordine più grande non risolve immediatamente il problema: alcune delle armi più sofisticate richiedono tempi produttivi incompatibili con la velocità con cui vengono consumate durante una guerra ad alta intensità.
È proprio questo il bersaglio della direttiva di Feinberg. Il Pentagono chiede alle aziende di indicare nuovi investimenti, ampliamenti degli stabilimenti e calendari di produzione più aggressivi. Vuole che anche l’industria investa capitale proprio, dimostrando, nelle parole di Feinberg, di essere pronta a “metterci del suo”».
La ‘siliconvalleyzzazione’ del Pentagono
Ma Washington non si sta rivolgendo soltanto ai giganti che producono armi da decenni. A fine luglio alla Casa Bianca sono stati convocati Lockheed Martin, Northrop Grumman e Boeing insieme ad Anduril e Palantir. E negli ultimi mesi il Pentagono ha stretto accordi anche con nomi quali Castelion, CoAspire, Leidos e Zone 5, proprio per aumentare rapidamente la disponibilità di missili più economici.
A maggio il Dipartimento della Difesa aveva già affidato ad Anduril, CoAspire, Leidos e Zone 5 il programma Low-Cost Containerized Missiles, mentre Castelion era stata coinvolta per aumentare la produzione di sistemi ipersonici a basso costo. L’obiettivo era coinvolgere “nuovi entranti dirompenti e innovatori commerciali” nella produzione militare americana.
La ‘siliconvalleyzzazione’ riguarda anche il Pentagono stesso. L’ex dirigente di Uber Emil Michael è stato chiamato a guidare ricerca e ingegneria con il compito di intervenire sui processi di innovazione e approvvigionamento.
Dietro l’ingresso delle aziende tecnologiche nella difesa c’è quindi anche una necessità molto concreta: accorciare tempi che la guerra con l’Iran sta mostrando essere troppo lunghi rispetto alla velocità con cui le munizioni vengono consumate.
Ma servono i soldi del Congresso
Resta però un problema: molte delle intese annunciate dal Pentagono sono accordi quadro. Esprimono cioè l’intenzione di acquistare le armi, ma per trasformarsi in veri ordini hanno bisogno dei finanziamenti del Congresso. Tom Karako, direttore del Missile Defense Project del CSIS, le ha definite efficacemente “accordi per accordarsi”.
Sul tavolo c’è una legge di spesa per la difesa da 1.150 miliardi di dollari, circa 1.010 miliardi di euro, ancora bloccata al Congresso. Nel frattempo alcune aziende stanno anticipando capitali propri per aumentare la capacità produttiva, assumendosi il rischio che gli ordini promessi arrivino davvero.
Il memo di Feinberg racconta quindi qualcosa di più di una semplice corsa al riarmo. La guerra con l’Iran ha mostrato quanto rapidamente possano essere consumati arsenali costruiti in anni, fino a incidere sulle opzioni disponibili alla Casa Bianca.
Ora il Pentagono cerca di accorciare quella distanza chiedendo ai contractor tradizionali di produrre più velocemente e portando dentro la macchina militare americana aziende, dirigenti e metodi arrivati dalla Silicon Valley.
Fonte: Washington Post


