OpenAI ha fatto il passo che il mercato si attendeva e ha presentato in via riservata la documentazione per una quotazione negli Stati Uniti, secondo quanto riferito da Reuters. L’azienda non ha indicato né dimensioni né tempi dell’offerta, e ha precisato che il debutto in Borsa potrebbe richiedere ancora tempo, perché alcune operazioni sarebbero più semplici da completare restando privata.
Il punto, però, è che OpenAI si muove in ritardo rispetto ad Anthropic, che ha presentato la propria domanda riservata il primo giugno, mettendosi davanti alla rivale nella fila verso Wall Street. In un settore abituato a misurarsi su modelli, utenti, capacità di calcolo e alleanze industriali, la competizione si è spostata anche su un terreno molto più finanziario: chi arriva prima sul mercato pubblico può contribuire a definire il metro con cui gli investitori valuteranno tutto il resto dell’IA.
Per OpenAI, questa è la parte più delicata. ChatGPT resta il prodotto simbolo della nuova ondata dell’intelligenza artificiale ma l’IPO cambia il tipo di giudizio. Non basta più raccontare crescita, ambizione e centralità tecnologica. Bisogna convincere gli investitori che quei numeri possono reggere anche sotto la pressione della Borsa, dei conti trimestrali e di aspettative già altissime.
La valutazione che pesa sul debutto
Reuters scrive che OpenAI punta a una valutazione fino a 1.000 miliardi di dollari in un debutto che potrebbe arrivare già a settembre. Sarebbe una cifra enorme anche per gli standard attuali della tecnologia, e collocherebbe la società di Sam Altman nella stessa area di grandezza delle aziende che hanno dominato l’ultimo ciclo digitale.
Il problema è che OpenAI arriverebbe al mercato in una sequenza molto affollata. Anthropic è stata valutata 965 miliardi di dollari dopo il suo ultimo round di finanziamento. SpaceX, secondo Reuters, punta invece a un’offerta da 75 miliardi di dollari con una valutazione intorno a 1.750 miliardi. Tre operazioni di queste dimensioni, in un arco di tempo ravvicinato, diventano un test sulla reale fame degli investitori per l’IA.
La domanda è semplice: c’è abbastanza capitale disposto a comprare tutte queste storie di crescita agli stessi multipli che il mercato privato ha accettato negli ultimi anni?
È qui che l’ordine dell’IPO conta. Chi arriva prima può presentarsi come il riferimento del settore. Chi arriva dopo rischia di dover fare i conti con un mercato già più selettivo, soprattutto se le prime quotazioni dovessero avere un andamento meno brillante del previsto.
OpenAI ha ancora il marchio più riconoscibile ma Anthropic ha guadagnato un vantaggio tattico: ha mosso per prima la procedura formale.
OpenAI: ricavi enormi, profitti lontani
OpenAI ha numeri che spiegano perché Wall Street la guardi con tanta attenzione. La società ha dichiarato più di 900 milioni di utenti attivi settimanali per ChatGPT e oltre 50 milioni di abbonati.
A marzo ha detto di generare 2 miliardi di dollari di ricavi mensili, contro circa 1 miliardo di dollari di ricavi trimestrali alla fine del 2024. La crescita insomma è impressionante ma la Borsa guarda anche altro.
Secondo Reuters, OpenAI ha detto agli investitori, durante il round di finanziamento più recente, di non aspettarsi di diventare profittevole prima del 2030.
È un dettaglio decisivo, perché mostra la distanza tra la scala raggiunta dal prodotto e il costo necessario per sostenerlo. Addestrare, distribuire e mantenere modelli di intelligenza artificiale richiede infrastrutture enormi, energia, chip e accordi cloud di lungo periodo.
Il Wall Street Journal ha aggiunto un elemento meno celebrativo: OpenAI avrebbe mancato alcuni obiettivi interni di ricavo. La società resta in fortissima crescita ma questo particolare pesa molto in vista di una quotazione da mille miliardi. A questi livelli, ogni scostamento dalle aspettative diventa un tema sensibile.
La sfida dell’IPO sarà quindi raccontare una crescita ancora credibile, senza nascondere il fatto che la redditività richiederà anni. Per gli investitori, il punto non sarà soltanto quanto OpenAI incassa oggi, ma quanto capitale dovrà continuare a bruciare per restare davanti.
La partita con Microsoft e la nuova libertà
La quotazione arriva dopo la rinegoziazione del rapporto con Microsoft, uno dei passaggi più importanti nella storia recente di OpenAI. Microsoft ha investito complessivamente 13 miliardi di dollari dal 2019 e ha avuto un ruolo centrale nella crescita della società, anche perché Azure ha fornito l’infrastruttura cloud necessaria per sostenere l’espansione dei modelli e dei servizi.
Secondo Reuters, la revisione dell’accordo ha permesso a OpenAI di stringere nuove partnership con aziende come Amazon e Google. È un dettaglio importante perché mostra una società che cerca di ridurre la dipendenza da un singolo partner industriale proprio mentre si prepara a presentarsi al mercato pubblico.
Anche questo incrocia il tema dell’IPO. Una OpenAI quotata dovrà dimostrare di avere spazio di manovra, accesso alla capacità di calcolo e una struttura commerciale abbastanza ampia da sostenere la crescita promessa agli investitori.
Restare troppo legata a Microsoft potrebbe essere percepito come un limite. Allargare il perimetro delle partnership, invece, aiuta a presentare OpenAI come una piattaforma autonoma, non come un’estensione dell’ecosistema Microsoft.
Il Wall Street Journal aveva già riportato che banche come Goldman Sachs e Morgan Stanley stavano lavorando con OpenAI alla preparazione del prospetto riservato. Il filing conferma quindi che il processo è entrato in una fase concreta, anche se la società continua a lasciarsi margine sui tempi.
Il peso della struttura societaria
C’è poi la parte più delicata, quella che distingue OpenAI da molte altre società tecnologiche arrivate a Wall Street. OpenAI è nata nel 2015 come organizzazione non profit orientata alla ricerca. Quattro anni dopo ha creato un ramo a scopo di lucro per finanziare i costi crescenti dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Quella struttura ibrida è diventata un tema centrale dopo la crisi del novembre 2023, quando Sam Altman fu estromesso e poi reintegrato in pochi giorni dopo la rivolta dei dipendenti.
Da allora OpenAI ha lavorato a una riorganizzazione più adatta alla raccolta di capitali, con il progetto di creare una public benefit corporation, una forma societaria che consente di perseguire obiettivi commerciali dichiarando al tempo stesso una missione di interesse pubblico.
La trasformazione ha alimentato anche lo scontro con Elon Musk, primo sostenitore di OpenAI e poi suo accusatore. Il CEo di xAI ha sostenuto che Altman e altri dirigenti avessero tradito la missione originaria della società, trasformando un progetto nato per il beneficio dell’umanità in un veicolo di arricchimento privato. Il mese scorso, però, una giuria statunitense gli ha dato torto, rimuovendo uno degli ostacoli legali più ingombranti sulla strada dell’Ipo.
Resta il fatto che OpenAI dovrà presentarsi agli investitori con una doppia promessa: continuare a guidare la corsa all’intelligenza artificiale e rendere sostenibile una macchina che, per crescere, richiede quantità enormi di capitale. Anthropic ha già fatto la sua mossa, OpenAI ha risposto. Ora la rivalità non si misurerà soltanto nelle prestazioni dei modelli. Si misura anche in Borsa, dove il mercato deciderà quanto vale davvero la nuova era dell’IA.
Fonti: Reuters, Wall Street Journal


