Alphabet ha chiuso la più grande emissione azionaria della storia. Ottantacinque miliardi di dollari raccolti in pochi giorni, con una domanda così forte da spingere la società ad aumentare l’offerta di cinque miliardi rispetto all’obiettivo iniziale.
Il precedente record apparteneva a Petrobras, il gruppo petrolifero brasiliano che nel 2010 aveva raccolto 70 miliardi. Google lo ha battuto senza troppa fatica ed è stata la prima volta che Alphabet emette azioni in oltre vent’anni.
L’operazione si articola su più livelli: una vendita di azioni ordinarie e convertibili da 35 miliardi, altri 40 miliardi che verranno collocati sul mercato a partire dal terzo trimestre, e un collocamento privato da 10 miliardi riservato a Berkshire Hathaway.
Goldman Sachs, JPMorgan Chase e Morgan Stanley hanno gestito l’operazione come banche collocatrici. Oltre 75 investitori hanno partecipato, tra cui grandi fondi comuni e fondi sovrani.
On Monday we announced an equity offering for Alphabet – part of our multi-year investment strategy to meet the AI opportunity ahead and support the demand we’re seeing from enterprises and consumers. Pleased to share the offering was well over-subscribed. We raised a total of… pic.twitter.com/gWaLvsDubx
— Sundar Pichai (@sundarpichai) June 3, 2026
Un modello finanziario che non regge più
La ragione di questa operazione non è nella forza di Google, ma nei limiti della sua cassa. Come abbiamo raccontato qualche settimana fa, le Big Tech si sono indebitate in tutto il mondo perché la corsa all’IA ha ormai superato la soglia di autofinanziamento.
Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft prevedono di spendere collettivamente 725 miliardi di dollari sull’IA nel solo 2025. Google, da sola, punta a 190 miliardi di spesa in conto capitale quest’anno, con un aumento “significativo” previsto per il 2027.
Ma il flusso di cassa operativo dell’ultimo anno si è fermato a “soli” 174 miliardi e presto la spesa lo supererà. Per anni, Big Tech ha finanziato gli investimenti con i proventi delle proprie attività principali. Quel modello ha retto finché le cifre in gioco erano gestibili, ora non lo sono più.
Heath Terry, responsabile della ricerca sull’IA di Citi, ha tracciato la sequenza con precisione: “Il primo passo è stato smettere di fare buyback, il secondo è emettere azioni”. La scarsità di potenza di calcolo, aggiunge, sta facendo salire i prezzi: “La domanda supera di gran lunga l’offerta”.
Alphabet, in parallelo, ha già raccolto 85 miliardi di nuovo debito a tassi favorevoli, portando il totale a 100 miliardi.
Se Berkshire scommette sull’IA…
Tra gli acquirenti c’è un nome che vale la pena sottolineare. Berkshire Hathaway ha rilevato 10 miliardi di dollari di azioni nell’ambito del collocamento privato, portando la propria partecipazione in Alphabet a circa 32 miliardi, circa un decimo dell’intero portafoglio azionario del gruppo.
Alphabet diventa così una delle cinque maggiori partecipazioni quotate di Berkshire, accanto alla storica quota in Coca-Cola che vale oltre 31 miliardi.
Warren Buffett ha costruito la propria reputazione sul rifiuto delle aziende tecnologiche che non generavano utili reali. Il fatto che Berkshire sottoscriva in prima persona un’operazione di questa portata ha una valenza simbolica che va oltre i numeri: anche il simbolo per antonomasia del “value investing” ritiene che la scommessa sull’IA sia razionale.
Google: i ricavi dell’IA ci sono, basteranno?
Gli investitori non si sono lasciati convincere solo dalla fiducia nel futuro. I primi segnali concreti stanno arrivando. Il cloud di Google ha registrato nel primo trimestre un balzo dei ricavi del 63% su base annua, a 20 miliardi di dollari, con un portafoglio ordini da 460 miliardi per l’affitto di spazio nei data center. Gli abbonamenti al chatbot per il grande pubblico e le vendite alle grandi aziende cominciano a contribuire ai ricavi in modo misurabile.
John Blackledge di TD Cowen ha sintetizzato così: le esigenze di spesa in conto capitale legate all’IA “si sono rivelate storiche e spesso riviste al rialzo”, ma “lo stesso vale per la domanda cloud senza precedenti di Google”.
La crescita giustifica la spesa, almeno per ora. Il punto è che quei 190 miliardi di investimenti annunciati producono ritorni, ma non abbastanza in fretta da evitare la necessità di finanziarsi sul mercato.
Anat Ashkenazi, direttore finanziario di Alphabet, ha definito l’operazione “una mossa strategica proattiva per ottimizzare la nostra flessibilità finanziaria”. Un modo elegante per descrivere una necessità.
Il termometro per Anthropic e OpenAI
Il successo di questa emissione vale però qualcosa che va oltre Alphabet. Mentre Anthropic si prepara alla quotazione in borsa e OpenAI attende in seconda fila, il mercato aveva bisogno di un test sul sentiment degli investitori pubblici.
I dati sono chiari: la domanda c’è, è abbondante e viene da investitori istituzionali con orizzonti lunghi. Non da speculatori.
Si tratta dello stesso tipo di investitori (fondi sovrani, grandi istituzionali) che dovranno decidere se sottoscrivere le prossime grandi IPO del settore.
Quasi 8 trilioni di dollari in investimenti sull’IA sono stati annunciati per i prossimi cinque anni. L’operazione di Alphabet dice che, almeno per adesso, i mercati rispondono presente.
Fonti: Financial Times, TechCrunch


