Fino a un anno fa, Alphabet non aveva un solo dollaro di debito estero. Oggi emette obbligazioni in euro, franchi svizzeri, sterline, dollari canadesi e yen giapponesi.
Non è tanto una scelta di diversificazione finanziaria quanto il segnale che la corsa all’intelligenza artificiale ha raggiunto una scala che nessun singolo mercato del credito riesce ad assorbire da solo.
Le grandi aziende tecnologiche americane (Alphabet, Amazon, Meta e le altre) hanno rivisto al rialzo le stime di spesa per l’IA fino a 725 miliardi di dollari per il solo 2025. Una cifra che ha portato il flusso di cassa disponibile ai livelli più bassi in oltre un decennio.
Aziende che per anni hanno accumulato riserve miliardarie si trovano ora in una posizione inedita: spendono più di quanto incassano e devono finanziarsi sul mercato.
La costruzione di data center su scala industriale per addestrare e distribuire modelli di IA sofisticati richiede capitali enormi, costanti e a lungo termine. Capitali che Wall Street, da sola, non è più in grado di fornire senza alzare il prezzo.
Meta esaurisce gli investitori americani
La dinamica che ha accelerato la svolta verso i mercati esteri rivela quanto sia competitiva, anche sul piano finanziario, la corsa tra i grandi gruppi tech.
A metà maggio, Meta ha collocato un’emissione obbligazionaria da 25 miliardi di dollari sul mercato americano. L’operazione ha avuto successo ma ha lasciato gli investitori istituzionali saturi di titoli del settore tecnologico. Quando, pochi giorni dopo, Alphabet ha voluto raccogliere nuova liquidità, il mercato domestico non era più disponibile ad assorbire un’altra grande emissione a condizioni favorevoli.
La risposta è stata guardare altrove. Euro e dollari canadesi prima, yen giapponesi poi, coi banchieri americani che hanno lavorato di notte per presentare l’operazione agli investitori di Tokyo.
Amazon ha seguito a ruota, raccogliendo 3,6 miliardi di dollari sul mercato svizzero e, nelle settimane precedenti, quasi 17 miliardi di euro nella sua più grande emissione in valuta europea.
I mercati europei e asiatici offrono un vantaggio aggiuntivo: i tassi ufficiali più bassi rispetto agli Stati Uniti rendono il costo del debito più contenuto.
Ma il vantaggio più rilevante è strutturale. Emettere in mercati diversi permette di evitare la saturazione di un singolo bacino di investitori, mantenendo alta la domanda, e quindi basso il rendimento richiesto, ogni volta che si torna successivamente sul mercato.
Un debito che scadrà nel… 2125!
C’è un’operazione, tra quelle degli ultimi mesi, che più di altre dice qualcosa sulla natura di questa trasformazione. A febbraio, Alphabet ha collocato sul mercato britannico un’obbligazione in sterline con scadenza a cento anni.
È uno strumento rarissimo per un’azienda privata: il debito sarà rimborsato nel 2125 e chi lo ha acquistato scommette sulla sopravvivenza e sulla solvibilità di Google per un secolo.
Le grandi aziende tecnologiche preferiscono obbligazioni con scadenze molto lunghe perché evitano di dover rifinanziare il debito con frequenza, esponendosi alle oscillazioni dei tassi.
E il ragionamento sottostante è che l’infrastruttura per l’IA, come le ferrovie nell’Ottocento, si costruisce in decenni e richiede capitali pazienti. La metafora delle ferrovie, usata da uno dei banchieri coinvolti nell’operazione, è una precisa indicazione di come il settore si stia posizionando davanti agli investitori.
Big Tech cambia la geografia del credito
Il debito in valuta estera rappresenta oggi circa il 30% dell’indebitamento complessivo degli hyperscaler, secondo Bank of America. È una quota destinata a crescere, man mano che i mercati americano ed europeo si integrano in un unico circuito finanziario attorno all’IA.
Quel che emerge da questa dinamica è che la competizione tra i grandi gruppi tech non si gioca solo sul piano tecnologico o commerciale. Si gioca anche sui mercati del credito, dove muoversi in ritardo, ossia aspettare che un concorrente abbia già collocato la propria emissione e saturato gli investitori, significa pagare di più o raccogliere meno. I mercati esteri, più piccoli di quello americano, si esauriscono in fretta e chi arriva secondo trova meno spazio.
L’Europa, in questo scenario, non è solo un mercato di sbocco per i prodotti delle big tech americane o un terreno di scontro regolatorio. È diventata anche una fonte di finanziamento per la loro espansione.
I capitali europei stanno contribuendo a costruire l’infrastruttura dell’IA globale con tutti i benefici e tutte le dipendenze che ne conseguono.
Fonte: Financial Times


