Stavano per chiudere una centrale a carbone. Ma Google e Meta…

by | 13 Ott 2024 | Tecnologia

Tempo di lettura: 4 minuti

La comunità di North Omaha, una delle aree più inquinate del Nebraska, aveva celebrato l’annuncio della chiusura di una vecchia centrale elettrica a carbone, prevista per il 2023.

Tuttavia, la crescente domanda di elettricità causata dai nuovi data center di Meta e Google ha spinto l’Omaha Public Power District a mantenere attivi gli impianti a carbone fino al 2026, suscitando numerose critiche per l’impatto negativo sulla salute pubblica di questa decisione. “Ci avevano fatto una promessa, e poi l’hanno infranta”, afferma Cheryl Weston, residente locale da cinquant’anni.

La centrale, costruita negli anni ’50, è situata in una zona a basso reddito, dove il tasso di asma è tra i più alti degli Stati Uniti. I residenti, prevalentemente minoranze etniche, avevano sperato che la chiusura avrebbe alleviato i gravi problemi ambientali locali ma l’infrastruttura digitale di Google e Meta ha modificato i piani.

I data center, responsabili di alimentare l’intelligenza artificiale e altre operazioni tecnologiche, hanno infatti incrementato esponenzialmente il consumo energetico nella regione, rendendo impossibile la dismissione delle unità a carbone senza mettere a rischio la stabilità della rete elettrica.

Le centrale “riaperta”, una scelta obbligata

Il carbone dunque continuerà a essere bruciato per almeno altri due anni. Una scelta che il CEO dell’Omaha Public Power District, Javier Fernandez, ha difeso spiegando che senza l’energia delle centrali a carbone, il sistema elettrico locale non potrebbe sostenere la domanda in forte crescita, dovuta principalmente ai nuovi data center.

Sempre l’Omaha Public Power District ha poi aggiunto che il mancato rispetto della chiusura delle unità a carbone di North Omaha è dovuto anche al ritardo nelle forniture di energia eolica e solare, a causa della forte opposizione nelle aree rurali. Ha anche citato rallentamenti normativi che hanno ostacolato la sostituzione del carbone col gas naturale.

Secondo Devi Glick, consulente di Synapse Energy Economics, “se non fosse per i data center e la cattiva pianificazione dell’utility, non avrebbero bisogno di mantenere quelle unità a carbone aperte”.

Tuttavia, diversi esperti del settore ritengono che la cattiva pianificazione non sia l’unica causa del prolungamento dell’uso del carbone. Secondo le stime della utility, circa due terzi dell’aumento della domanda di elettricità nella zona sono attribuibili alle attività di Meta e Google, le cui strutture richiedono un fabbisogno energetico che supera quello di gran parte delle abitazioni locali.

Il data center di Meta in Nebraska ha utilizzato nel 2023 quasi la stessa quantità di energia prodotta dalle centrali a carbone di North Omaha.

Il Green New Deal può attendere

Inevitabilmente, il prolungamento della vita delle centrali a carbone ha suscitato aspre critiche da parte di attivisti e leader locali, che accusano le aziende e le utility di trasformare North Omaha in una “zona di sacrificio” per la crescita tecnologica.

Sebbene le fonti di energia rinnovabile, come solare ed eolico, non siano state integrate nella rete energetica di Omaha, aziende come Google e Meta sostengono che le loro operazioni nei data center siano ecologiche. Lo affermano firmando contratti con sviluppatori di energia rinnovabile situati altrove,  o ricorrendo al nucleare.

Ma il caso di Omaha riflette un fenomeno dilagante. La crescita dei data center, che secondo una ricerca di Bloomberg Intelligence potrebbero consumare fino al 17% dell’elettricità degli Stati Uniti entro il 2030, sta prolungando l’uso del carbone anche in altri stati come Georgia e Utah. Questo mette in evidenza le difficoltà nel bilanciare la crescente domanda tecnologica con gli obiettivi climatici.

Che il clima possa attendere lo dimostra anche il cambiamento di posizione della candidata presidente Kamala Harris, che come ricordava il Los Angeles Times a settembre, durante un dibattito ha sottolineato che l’amministrazione democratica ha supervisionato “il più grande aumento della produzione nazionale di petrolio nella storia”, riconoscendo l’importanza di ridurre la dipendenza dal petrolio straniero.

Questo commento ha sorpreso molti, dato il passato di Harris come sostenitrice del Green New Deal e delle politiche climatiche. Liam Donovan, stratega repubblicano, ha poi osservato come la Harris abbia scelto di vantarsi di un fatto raramente menzionato da Biden. Ossia che la produzione record di petrolio sotto l’amministrazione Biden (e quindi anche sua), ha superato i livelli raggiunti durante il mandato di Trump.

Secondo l’Energy Information Administration degli Stati Uniti, infatti, lo scorso anno la produzione di greggio è stata in media di 12,9 milioni di barili al giorno, superando il precedente record stabilito nel 2019 proprio da Trump.

La sensazione, insomma, è che l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra degli Stati Uniti del 50% entro il 2030, accelerando i progetti di energia rinnovabile e abbandonando i combustibili fossili, subirà un certo ritardo.

E in Italia?

In Italia la situazione non è ufficialmente chiara. Ma ci sono dei puntini da unire, dai quali è possibile farsi un’idea di quello che succederà.

Cominciamo con una notizia dello scorso 30 settembre apparsa su Yahoo Finance, secondo la quale il primo ministro Giorgia Meloni ha incontrato a Roma Larry Fink, CEO di BlackRock, per esplorare opportunità di investimento nei data center e nelle infrastrutture energetiche in Italia.

È stato concordato di creare un gruppo di lavoro per valutare potenziali collaborazioni su progetti strategici. Inoltre, hanno discusso di investimenti nelle infrastrutture di trasporto e in altri settori chiave per l’Italia.

BlackRock è la più grande società di gestione patrimoniale del mondo, con sede negli Stati Uniti. Fondata nel 1988, si occupa principalmente di investimenti globali in azioni, obbligazioni, beni immobili e infrastrutture, con un focus crescente sulla sostenibilità e la transizione energetica.

BlackRock gestisce oltre 10 trilioni di dollari di asset per clienti istituzionali e privati. Ha una forte influenza nei mercati finanziari globali, e detiene già significative partecipazioni nelle principali banche italiane, tra cui il 7% di UniCredit e il 5% di Intesa Sanpaolo.

Passiamo così al 4 ottobre, quando La Stampa riporta che BlackRock sta negoziando col governo italiano per acquisire le centrali a carbone di Enel per creare nuovi data center. Il piano rientra in un contesto di crescente interesse per l’Italia come hub tecnologico, con OpenAI e Microsoft già in prima linea nello sviluppo di infrastrutture digitali.

Sempre lo stesso giorno qui su TechTalking abbiamo riportato che Microsoft ha annunciato un investimento di 4,75 miliardi di dollari nei prossimi due anni, volto a espandere le sue infrastrutture cloud e di intelligenza artificiale in Italia. Leggasi, data center.

Appare dunque abbastanza chiaro il modo in cui Big Tech intenda alimentare i propri data center nel Sud Europa e nel Mediterraneo, per rispondere alla crescente domanda di servizi di intelligenza artificiale.

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