Il fisco italiano ha deciso di portare in tribunale tre colossi tecnologici statunitensi (Meta, X e LinkedIn), accusandoli di non aver versato l’IVA dovuta per l’accesso gratuito ai loro servizi. Una mossa senza precedenti, che ha spinto le aziende a fare ricorso davanti al tribunale tributario italiano.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, quando un utente si iscrive gratuitamente a un social network, in realtà sta effettuando una transazione: in cambio di un account, cede infatti i propri dati personali. In questo schema, i dati assumono un valore economico concreto e quindi anche un profilo fiscale.
Ne consegue che anche l’accesso gratuito alle piattaforme online, se basato su questa logica di scambio, dev’ssere soggetto all’IVA.
Il fisco italiano allarga all’Europa
Le somme richieste dallo Stato italiano sono consistenti: 887,6 milioni di euro a Meta, 12,5 milioni a X e circa 140 milioni a LinkedIn. Ma a fare notizia è soprattutto il fatto che, a differenza di casi precedenti in Italia, non si è giunti a una transazione. Il procedimento è andato avanti, aprendo un contenzioso giudiziario a tutti gli effetti. E questo potrebbe segnare un punto di svolta.
Secondo diversi esperti consultati da Reuters, l’approccio italiano potrebbe infatti avere implicazioni ben oltre l’ambito dei social network. Qualsiasi azienda che colleghi l’accesso a un servizio gratuito all’accettazione di cookie di tracciamento (dai supermercati online alle compagnie aeree, fino agli editori digitali), potrebbe finire sotto la lente del fisco.
E poiché l’IVA è un’imposta armonizzata a livello comunitario, la questione rischia di allargarsi all’intera Unione Europea.
Al momento, non è chiaro se il processo andrà fino in fondo: secondo fonti vicine al dossier, l’Italia sta preparando una richiesta di parere consultivo alla Commissione europea, che sarà formalmente inoltrata al Comitato IVA entro l’autunno.
Il suo parere, pur non vincolante, potrebbe incidere sulla strategia legale dello Stato italiano e, in caso di valutazione negativa, spingere Roma a ritirare l’intero procedimento.
La frizione sull’asse Washington-Bruxelles
Il contesto in cui si inserisce questa battaglia legale è tutt’altro che neutro. La mossa dell’Agenzia delle Entrate arriva infatti in un momento di forte tensione commerciale tra l’Unione Europea e l’amministrazione Trump, che ha minacciato dazi fino al 30% contro l’Europa.
Una coincidenza che alimenta l’ipotesi che l’Italia voglia testare un nuovo terreno di scontro, quello del valore dei dati personali, come forma indiretta di pressione sulle Big Tech statunitensi.
Meta, in una nota, ha dichiarato di “non condividere affatto l’idea che offrire l’accesso a piattaforme online debba essere soggetto a IVA”, ribadendo però di aver cooperato con le autorità.
Se Bruxelles dovesse sostenere l’impostazione italiana, il caso potrebbe rappresentare un precedente per tutta l’UE. Altrimenti, potrebbe restare l’ennesimo scontro isolato tra uno Stato membro e l’ecosistema digitale americano.


