L’Agenzia delle Entrate italiana ha avanzato una richiesta da 12,5 milioni di euro nei confronti di X, il social network di Elon Musk, nell’ambito di un’indagine fiscale che potrebbe ridefinire le regole del settore tech in Europa.
La contestazione, parallela a quella che coinvolge Meta, si basa sull’assunto che l’iscrizione degli utenti a piattaforme come X, Facebook e Instagram, possa essere considerata un’operazione imponibile, equiparabile a una transazione economica soggetta a IVA.
Secondo le autorità fiscali, infatti, la registrazione a un social network comporta uno scambio: l’utente ottiene un account in cambio dei propri dati personali, un modello che, se confermato dai tribunali, avrebbe implicazioni enormi per l’intero settore.
L’IVA, infatti, è un’imposta armonizzata a livello UE e un eventuale precedente in Italia potrebbe avere conseguenze su scala europea.
Le ripercussioni politiche e il nodo USA
La piattaforma, precedentemente nota come Twitter, è stata acquisita da Musk nell’ottobre 2022, ma l’indagine copre un periodo ben precedente alla sua gestione.
La Guardia di Finanza di Milano ha infatti chiuso la sua indagine lo scorso aprile, contestando a X il mancato pagamento dell’IVA tra il 2016 e il 2022.
A gennaio, l’Agenzia delle Entrate ha inviato a X un documento formale sulle irregolarità riscontrate per il 2016, anno per il quale eventuali azioni si prescrivono entro il 2025.
Il caso si inserisce in un contesto geopolitico delicato. Negli Stati Uniti, l’ex presidente Donald Trump ha più volte minacciato di imporre dazi sui prodotti importati da Paesi, come l’Italia, che applicano tasse sui servizi digitali alle aziende tecnologiche americane.
Musk, da parte sua, ha un rapporto privilegiato con il governo italiano e con la premier Giorgia Meloni. L’imprenditore è interessato a espandere la presenza di Starlink in Italia e ha già intrattenuto colloqui con l’esecutivo.
L’estensione della digital tax italiana, che da novembre è stata applicata anche alle piccole e medie imprese, è stata concepita proprio per cercare di smorzare le obiezioni di Washington, che considera l’imposta discriminatoria nei confronti delle società statunitensi.
Meta e X verso lo scontro con il fisco
Al momento, né X né Meta hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla vicenda. Entrambe le aziende hanno tempo fino alla fine di marzo o all’inizio di aprile per rispondere alle osservazioni del fisco italiano. A quel punto, potranno scegliere se pagare una somma concordata oppure avviare un contenzioso.
L’Italia ha già dimostrato di voler perseguire le big tech sul fronte fiscale: solo la scorsa settimana, Google ha accettato di versare 326 milioni di euro per chiudere un contenzioso relativo al periodo 2015-2019.
Se il caso X dovesse evolversi in una disputa legale, potrebbe trasformarsi in un banco di prova per l’intero settore digitale in Europa.


